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LA DEGUSTAZIONE del 10/06/2004

Ma allora, anche il Chianti di una volta era buono ! Una verticale di Badia a Coltibuono


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Racconterei una clamorosa balla se non riconoscessi di aver anch’io, come tutti i miei colleghi, ripetutamente e convintamene plaudito alla “liberazione” del Chianti Classico dall’oscena schiavitù rappresentata da quelle uve bianche previste dalla storica ricetta del barone di ferro Bettino Ricasoli, e plaudito, com’era cosa buona e giusta, ad un futuro luminoso e alle magnifiche sorti, e progressive assicurate dal solo Sangiovese in purezza o al massimo da un pizzico di Canaiolo. Oppure, per chi ama le commistioni e la modernità, da una sana e robusta dose di vitigni “migliorativi” (alias Cabernet, Merlot, Syrah o chissà cosa…).

L’abbiamo solennemente, e senza esitazioni di sorta, detto tutti, nessuno escluso, che con la scelta strategica di destinare alla grande operazione di marketing denominata Galestro le uve bianche, il Chianti classico aveva trovato la sua vera dimensione, la capacità di diventare finalmente grande, di affrancarsi da una storica immagine di vino beverino e simpatico senza troppe pretese. Un vino da bersi allegramente, mescendolo magari dal fiasco, annaffiando fiorentine, ariste e fagioli all’uccelletto, pappe al pomodoro del ‘mi nonno e sane ribollite. Una civiltà antica di cui un grande amante del vino toscano e della toscanità come Giovanni Bartolozzi ha ricostruito uno splendido affresco nel suo volume Fiorenzo e Gigliola: storia di una fiascaia (101 pagg. 5,10 euro) pubblicato da Giunti.

Tutte cose vere perbacco, ma quando poi, memore di un indimenticabile Chianti Rufina 1947 di Selvapiana assaggiato una diecina d’anni orsono a Firenze, (correva il 1996, quando Maddalena Mazzeschi e Carlo Macchi furono promotori di una manifestazione memorabile come “Un assaggio di storia toscana”, esperienza mai più ripetuta, purtroppo…) per lo scherzo del caso e del destino mi é capitato di partecipare ad una verticale di annate storiche di Chianti classico, procedendo a ritroso fino al 1966 e 1959 in una sorta di “recherche du Chianti perdu”, ecco tutte le certezze andare tranquillamente in frantumi. Colpa di quella deliziosa signora corrispondente al nome di Emanuela Stucchi Prinetti, gran patronne di Badia a Coltibuono, che ha pensato bene di convocare me e qualche altro fortunato (l’amico Fabrizio Penna di Enotime ed il maestro Cesare Pillon, ad esempio), in quel luogo singolare che è l’enoteca N’ombra de vin a Milano.

L’inizio è stato decisamente in souplesse, con vini buonissimi, perbacco, e non si potrebbe dire diversamente, tutti base Sangiovese ed un pizzico di Canaiolo, delle annate più recenti, 2000, 1999, affinate in piccola parte in barrique, e poi 1995, ancora tutto invecchiato in grandi botti, dalla magnifica brillantezza di colore, dal naso fragrante, dolce, quasi balsamico, freschissimo e sapido in bocca, dotato di una magnifica persistenza, e 1993, cui bisognava solo dare il tempo di aprirsi e di respirare nel bicchiere per mostrarsi caldo, elegantissimo, dotato di una grande stoffa. Per non parlare di un 1982 super, con il suo colore intatto e lucente, il naso intensamente selvatico, carnoso, che richiama l’amaretto, i funghi ed il pomodoro secco, la liquirizia, il ginepro, ed una bocca di straordinaria forza, complessità, fittezza, vellutata, calda e sinuosa. Eravamo già provati dalla forza e dalla verità di vini di dieci e vent’anni, vivi e godibilissimi, che di fronte al 1977 non siamo riusciti ad accorgerci, e a schivarlo, dell’arrivo, a tradimento, di un vero colpo da K.O.

Di vera “archeologia” del Chianti si deve parlare per questa annata, e per le altre due che abbiamo avuto la fortuna di assaggiare, considerato che oltre alla presenza delle classiche uve bianche, Trebbiano e Malvasia, previste dalla normale prassi produttiva dell’epoca, si deve parlare di una e vera custodia, più che di affinamento, (come per tutte le annate dal 1958 al 1978) nientemeno che in botti di castagno inerti, seguita da un imbottigliamento di tutte nientemeno che nel 1980.
Grandiosa, per integrità e brillantezza, la tenuta di colore sia del 1977, che del 1966 e del 1959 proposte di seguito, un rubino profondo, brillante molto vivo, senza alcuna traccia di ossidazione e di stanchezza, e magnifica in tutti e tre i campioni, la componente acida, vera spina dorsale che consente ai vini di restare ancora in piedi e di mantenere un’indubbia piacevolezza, ma se nel caso del 1977 una certa evoluzione, con note vegetali che richiamano il rabarbaro, è innegabile, e la stessa cosa s’avverte, inevitabilmente, nel 1959 (che ha un delizioso aroma che ricorda il vermouth), nel caso del 1966 ci si é trovati di fronte ad un autentico miracoloso paradosso.

A dispetto di una serie di componenti e di aspetti assolutamente rétro, dalla presenza di uve bianche, alla vendemmia a grappolo intero senza diraspatura, al lungo affinamento in botti che non sono pregiatissimo Allier o tantomeno un passatista rovere di Slavonia, ma quel castagno (o signora mia che scandalo !…) che fa tanto preistoria del Chianti, il vino, espressione tra l’altro d’un’annata di livello medio, ci ha lasciato letteralmente basiti.
Un vino assolutamente perfetto, in spettacolare forma nonostante i suoi 38 anni, dotato di una freschezza aromatica incredibile, di un naso che giocava tra le note liliacee del Sangiovese, accenni di melograno e di grafite, di frutta secca e prugna, ed un selvatico variante dal sottobosco al tabacco al cuoio, ad una speziatura leggera, e di una bocca di assoluta morbidezza, dolcezza, e velluto, freschissima, equilibrata, sapida e soprattutto piacevolissima, tale da allontanare qualsiasi sospetto di stanchezza o di decrepitudine, e regalare una beva godibile come se il vino fosse d’annata e non un maturo signore, elegante e dai tratti aristocratici, che sfiora gli…anta.

Ma allora, accidentaccio, che dire di tutte le nostre chiacchiere sul Sangiovese in purezza e sulle uve bianche che avrebbero tarpato le ali al Chianti Classico impedendogli di spiccare il volo ? Ciance, appunto, bazzecole, perché anche nella “preistoria” del Chianti Classico si facevano grandi vini: forse più sinceri, autentici ed espressione del territorio d’origine di tanti vini, tecnicamente impeccabili, calcolati in ogni minimo particolare, ma, ahimè, tremendamente senz’anima, senza identità e senza radici...





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