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VINI DAL MONDO del 11/11/2003

Tokaji Furmint vendemmia tardiva 2002 Disznoko


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Un vino dell’Est, stavolta, in attesa dell’ingresso dell’Ungheria nella CEE fra pochi mesi. Se la libera circolazione delle merci fin dal Paese dei Magiari diventerà presto una realtà, nella nostra penisola faranno capolino molte bottiglie di quelle terre da fiabe zigane che da secoli producono vini di ottima qualità. Durante i cinquant’anni della cortina di ferro, la vitivinicoltura laggiù ha sofferto molto, per soddisfare il mercato sovietico e quello dei satelliti del Comecon. Vigneti straripati nelle pianure, coltivazioni intensive, controllo politico e poliziesco a tutti i livelli avevano letteralmente demolito i migliori prodotti della terra, del sole e del genio dei vignaioli.

Le aree particolarmente vocate come Eger, Szekszard e Tokaj, dove i re ed i principi custodivano con cura le loro vigne e le loro cantine, stanno tornando soltanto da pochi anni ai grandi livelli di qualità di un tempo. Certo, ci sono ancora milioni di bottiglie di Egri Bikaver e di Tokaji Szamorodni dal prezzo stracciato e di qualità effimera, bisognerà fare molta attenzione negli acquisti, ma ciò che si può degustare adesso durante le ferie in quel Paese molto bello, ricco di terme, di paesaggi bucolici e dalla cucina favolosa, è già l’anticamera del paradiso e l’ingresso dell’Ungheria nella CEE sta spianando la strada anche ai vini molto floreali, fruttati, delicati e piacevoli della loro nuova enologia, che è riuscita a defenestrare i leccapiedi del passato regime.

A Szekszard hanno investito, tra gli altri, anche Piero Antinori e Mazzei con Peter Zwack (il gentleman della Unicum), a Eger hanno investito Incisa della Rocchetta con Tibor Gal (l’enologo dell’Ornellaia) e con Bovensiepen (il carrozziere dell’Alpina) oltre a Giovanni e Uria Grassi della Rai-Vini, i terreni ed il clima sono favolosi per dei vini stupendi. E nella Tokaj Hegyalja, una regione che per conformazione del territorio assomiglia molto alla Nurra ed al Sulcis della Sardegna, peccato che manca il mare, hanno investito i francesi delle assicurazioni AXA e GAN, della Grands Millésimes e della CANA, oltre a Michel Rolland e a Jean Michel Arcaute, ma anche alcuni inglesi associati tra cui Hugh Johnson e gli spagnoli di Bodegas Vega Sicilia. Buon naso non mente, ne sentiremo parlare senz’altro. Intanto i Tokaji bianchi dolci della nuova generazione, che non sono più stucchevolmente aromatici e appesantiti da quelle note di caffè e di vodka che tanto piacevano ai russi, i quali ne approfittavano per allungarli ancora con questo distillato, a Milano sono già arrivati e, sebbene i gusti della maggioranza degli italiani propendano per i vini bianchi secchi, con questi eccellenti vini da meditazione e da dessert l’approccio è affascinante.

La Botrytis Cinerea, la muffa nobile che a settembre comincia ad attaccare gli acini dell’uva quasi al termine della sua maturazione e ne provoca il rinsecchimento, concentrandone gli zuccheri e gli estratti, è la vera benedizione di quel territorio, che ne beneficia, secondo una leggenda, fin dal 1620, quando, dopo una lunga battaglia contro i Turchi che aveva fatto rinviare le vendemmie a novembre, si dovettero pigiare i grappoli ammalati ed il mosto si rivelò più dolce e più profumato del solito. Da allora si producono diversi vini botritizzati, tra cui il celebre Tokaji Aszu, con un metodo particolare messo a punto proprio trecentocinquant’anni fa. Al vino bianco ottenuto dalla vendemmia normale di uve sane Furmint (poco meno di due terzi), Harslevelu (poco meno di un terzo) ed una piccola parte di Muscat Lunel si aggiungono alcune secchiate di acini rinsecchiti (aszù) dalla muffa nobile, raccolti a parte e rimescolati ogni tanto nei tini per qualche giorno.

A seconda del numero di secchi (i puttonyos) da circa 25 chili di questi acini dal colore violetto che vengono aggiunti al vino di un barilotto da 136 litri (gonc), si ottiene una pappetta (aszà) che macera per lunghe ore e viene poi pigiata per ottenere un mosto di tenore zuccherino naturale altissimo, il quale fermenta molto lentamente prima di essere messo a maturare almeno due anni in piccole botti di rovere locale di capacità da 200 fino a 230 litri fino a diventare vino Tokaji Aszu, con zuccheri residui normalmente da oltre 120 fino a circa 450 grammi/litro.
Questo antico processo serve soltanto per rendere l’idea, perchè i metodi odierni seguono sì lo stesso pricipio, ma si sono enologicamente affinati con la moderna tecnologia, che assicura adesso una maggiore igiene e dei tesori organolettici impareggiabili, in un crescendo di profumi e di sapori tra zagare, glicine, miele d’arancia, albicocca secca, pesca gialla matura, scorze di frutta candite, mandarino in mostarda, fichi, ananas sciroppato, con un tenore alcoolico moderato, intorno all’11% e con un’acidità molto sostenuta.

A queste doti varietali si aggiungono delle note appena percettibili provenienti dal terroir, che possono essere di melone o banana, oppure nocciola o cioccolato, ma anche tabacco, noci e lime. La zona infatti non è per niente omogenea, anzi i vigneti sono a macchia di leopardo fra le varie vallate che si affacciano sulla sponda destra del placido fiume Bodrog proveniente dalla montuosa e boscosa Slovacchia ed i loro terreni sono di origine vulcanica e differenziati da tufo, caolino, loess, argilla, calcare, riolibreccio, molto ben sbriciolati, triturati e macinati dalla lava e dal vapore di cinquanta milioni di anni fa.
La tenuta Disznoko è ai piedi del fianco meridionale di Kiraly-Erdo, l’ultima delle basse montagne dei Zempleni che smorzano i freddi venti settentrionali, sulla sinistra della strada statale 37 che arriva da Budapest e Miskolc e che va verso quell’angolo di Slovacchia subito confinante con l’Ucraina, in località Disznoko Dulo tra il rondò di Mezozombor e l’incrocio per Tokaj.

Disznoko significa roccia del cinghiale, un macigno che domina dall’alto tutta la proprietà ed un vasto panorama e che la gente del luogo identifica con la testa di questa fiera che simboleggia la libertà, infatti la tenuta è completamente aperta ed un sentiero in mezzo alle vigne conduce i numerosi visitatori proprio lassù, dove da un bianco padiglione si può posare lo sguardo sui 150 ettari del vigneto che già nel 1734 un decreto reale classificava come premier cru. Il vigneto è appartenuto a diverse famiglie nobili, dai Rakoczi ai Patay fino agli Asburgo e a Menyhert Lonyay che alla fine del XVIII secolo vi fece costruire Sarga Borhaz, detta la maison jaune du vin, la villa padronale in stile neoclassico che oggi è uno dei ristoranti più celebri di tutta la regione, molto frequentato per una cucina di ottimo livello e per via dei prezzi popolari, un binomio più unico che raro. Nel 1992 la tenuta è stata acquistata dalla AXA Millésimes, filiale della compagnia francese di assicurazioni AXA, che possiede già, tra l’altro, Chateau Pichon-Longueville, Chateau Suduiraut e Quinta do Noval e che a Disznoko ha investito capitali notevoli e ha costruito una modernissima cantina sopra gli antichi tunnel in pietra per la maturazione e l’affinamento dei vini, dando una sua notevole impronta al nuovo stile dei Tokaji.

Ma soprattutto (sembrava impossibile che il tocco di classe dei Francesi non lasciasse il segno), tra tutti i buoni Tokaji finalmente rinnovati negli aromi e nei gusti che possiamo degustare finalmente alla faccia del defenestrato KGB russo e dei suoi galoppini che si erano infiltrati perfino nell’istituto enologico OBB di Budapest, benedetto il giovane direttore Laszlo Meszaros che con perfetta nonchalence tira fuori dal frigo una bottiglietta da mezzo litro di un bianco da vendemmia tardiva di sole uve Furmint. Un vino abboccato che è stato fermentato modernamente a bassa temperatura, vinificato con semplicità in acciaio inossidabile e, a differenza della versione secca subito pronta, affinato ancora per tre mesi in botticelle di rovere locale (anche se in cantina avevo notato alcune barrique francesi in prova delle tonnellerie Saury, Nadalie, Vicard e Demptos), comunque un prodotto dell’ultima annata, tanto per rifare un po’ la bocca al posto dell’acqua, che, com’è noto, fa male. Che silenzio....

Fino a quel momento non avevamo affatto scherzato, gli avevamo fatto usare qualche decina di volte la lunga pipetta per estrarre dalle damigiane e poi dalle botti i campioni dei migliori Eszencia, i cosiddetti nature, i nettari, cioè i mosti puliti di quelle uve botritizzate non usate per ottenere i Tokaji Aszu, dalla concentrazione zuccherina ben oltre 700 gr/litro, autentici tesori fatti solo nelle annate stupende (per esempio 1996, 1999, 2000 e 2002) e che non verranno mai messi in vendita perchè vanno a peso d’oro. Quello del 2002 ha un gusto ricco e succoso di miele d’arancio purissimo, con profumo di lime, impercettibili note di buon sigaro cubano, cannella e gheriglio di noci fresche, di livello alcoolico praticamente zero perchè fermenterà forse in dieci anni. L’avrei dato col cucchiaino a mio figlio Michele, di sei anni, e infatti Laszlo sorride, perchè una volta si usava davvero come medicina e veniva venduto in farmacia, come concentrato di vitamine e di minerali di notevole potere curativo.

Ma lo abbiamo dimenticato subito davanti a questo semplice vino bianco Tokaji Furmint vendemmia tardiva (late harvest in inglese e kezoi szuretelesu in magiaro) 2002 di Disznoko, che ha saputo fare il vuoto nella sala. Ci guardavamo negli occhi tutti quanti senza riuscire nemmeno a parlare.
Colore giallo paglierino e fieno vero, con un bouquet delicatissimo di fiori di campo, narciso e miele millefiori, ma anche pere, melone e banana, di buona acidità e armonioso nella sua leggera dolcezza, sensualissimo, infinitamente piacevole, alcool 13,5%. Stile francese, stoffa Sauternes. Una sola volta avevo provato la stessa emozione per un bianco abboccato capace di sfidare i vertici dell’enologia bordolese, infatti la memoria che ancora non mi tradisce ha ben registrato nei suoi angoli tortuosi gli stessi aromi e gli stessi sapori dell’Orvieto classico abboccato 1978 Castello della Sala di Antinori, il vino che ha fatto da padre al famoso Muffato.

Ideale servito a 12 °C con prosciutto e melone, crostini col paté fresco di milza, paté de foie gras, oca arrostita in salsa di prugne, pesci di fiume in salse d’agrumi, formaggi freschi di capra, panforte con l’uva passa, dessert non molto dolci e tutti quegli abbinamenti delicati e sfiziosi che sono l’anima della primavera in tavola, ma è anche un vino da meditazione sotto un bersò di olmi eleganti, sul lago, con una fisarmonica lontana e la bella époque che appare nei giardini con le ragazze in pizzo bianco e rapisce pian piano gli occhi.
Proprio fra queste vigne e con questi vini il granduca Giuseppe d’Asburgo dimenticava i salotti di Vienna, Disznoko è stata anche sua ma adesso è un po’ anche mia, che dalla roccia del cinghiale fra tutte quelle collinette arrotondate e pelate cercavo il mare di Sardegna, ma ho ritrovato il castello della Sala in Ficulle. Com’è piccolo il mondo, com’è unito il mondo, con un calice di vino capace di aprire le porte del cuore come questo Furmint dell’Europa orientale che presto sarà uno dei nostri, ma che è già diventato uno dei miei.

Mario Crosta

Agente Disznoko in Italia:
ERCOLE BROVELLI, Via Tantardini 15, 20136 MILANO, tel. 02.58100675, fax 02.8323555





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