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VINI DAL MONDO del 15/01/2004

Il Nuovo Mondo dei "diversi", ovvero dei vitigni controcorrente


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I vini rossi di moda oggi, quelli che impressionano maggiormente alle degustazioni (quanto a berli, poi è un altro discorso), sono quelli più concentrati, impenetrabili, muscolari e potenti e il mercato internazionale di conseguenza tracima letteralmente di intossicanti Cabernet Sauvignon e Merlot provenienti dal Nuovo Mondo, dove se ne moltiplicano i vigneti. Ma in bocca devono pur rimanere delle sensazioni piacevoli e comprensibili, dopo aver bevuto un vino, e non dei residui aciduli e pastosi.

Sul palato deve pur dominare il vino nel suo complesso, non una soltanto delle sue componenti, com’è il tannino e magari proprio quello pompato dai legni delle barrique quando in vigna la maturazione polifenolica è stata insufficiente, quello che copre tutto con vaniglia, cuoio e tabacco, quello che appiattisce il ruolo della natura, del sole, della terra e del genio del vignaiolo. Un grande vino non è soltanto frutto del cantiniere, così come per fare un grande vino non bastano soltanto le grandi annate. A monte ci vuole una profonda conoscenza del territorio per una scelta appropriata dei vitigni e dei sistemi di conduzione del vigneto. Ma anche il coraggio di andare controcorrente, di sfidare l’andazzo comune, di proporre aromi e gusti che sanno di freschezza, di pulizia e di novità, come anche nel Nuovo Mondo ha sempre fatto la famiglia Carrau, oggi Vinos Finos Juan Carrau S.A. di Montevideo in Uruguay.

Sono rimasto scioccato dal loro Cabernet Franc 2001, tra l’altro uno dei loro vini più economici, tratto in purezza da un vitigno che è capace di appassionare veramente chi ama il vino, ma che non è di moda, specialmente nell’America del Sud. Un vitigno che è molto sensibile alla zona e che alle giuste rese dà un vino che non è erbaceo né verde, ma pulito, vinoso, equilibrato, molto gradevole, al punto che sa trasmettere al cugino Cabernet Sauvignon una raffinatezza e un’eleganza notevoli, anche apportato in piccole quantità, quelle che personalizzano un assemblaggio. Questo Cabernet Franc di colore limpidissimo, profumo di ciliegia e melagrana, in bocca suadente ed armonico, con un finale delicato di confetto di mandorla, non vede legno, soltanto acciaio inox ed è veramente sorprendente per il suo fruttato. Ma sono viti importate dall’Europa una ventina d’anni fa senza virus e senza malattie e piantumate a Las Violetas, clima marino, però abbastanza distanti dal Rio della Plata, un territorio d’elezione per questa varietà.

Poco più in là c’è ancora un ettaro della vigna Vilasar, dai suoli argillosi e fertili di media profondità e ben drenati, piantata nel 1931 a spalliera bassa con viti di Nebbiolo provenienti dal Nordest del Piemonte e sicuramente dalla Valtellina. In questo caso si tratta di piante vecchie, mantenute a scopo di patrimonio genetico, perchè la qualità delle odierne viti di Nebbiolo importate non è, secondo Carrau, certamente migliore. Nel 1999, un’annata fresca e con piogge moderate, si sono ottenute uve molto mature, resa 43 quintali per ettaro, raccolte in cassette da 18 kg, vinificate in tini aperti da 500 kg, macerazione sulle bucce per 7 giorni con follature manuali e poi pressate. Il mosto ha terminato la fermentazione in 15 barriques di rovere francese, dov’è stato maturato per 17 mesi, con affinamento in bottiglia minimo di un anno.

Ma soprattutto c’è il Tannat, importato dal basco Harriague e sopravissuto malamente per molti anni in Uruguay finché nel 1933 Juan Carrau Sust non sostiene che ”bisogna democratizzare l’enologia” e che ”non c’è un ceppo più rispettoso della classe di vino richiesta dal consumatore quanto il radicato Tannat, basta cambiare qualche clone e il metodo di vinificazione per farne dei vini memorabili, senza nessuna asperità e molto gradevoli”. Da quell’intuizione, frutto di gran rispetto del consumatore e non di ricerca del facile consenso, si concentreranno gli sforzi su questo vitigno, che oggi dà dei vini di colore rosso granato carico con riflessi di rubino, dall’aroma molto intenso e fruttato, con una piacevole e netta prevalenza di frutti rossi e, in bell’armonia, delicate note appena percettibili di pelle conciata, spezie fini e tabacco. Il sapore è molto rotondo, amalgamato, di lunga permanenza. Ed il Tannat diventa così l’emblema della vitivinicoltura in Uruguay, un Paese fino ad allora affogato in Chardonnay, Merlot e Cabernet Sauvignon, proprio grazie alla tenacia dei Carrau, che stabiliscono di fare dei vini esclusivamente di qualità e che differenzino il territorio di provenienza, da scegliere con estrema cura, come quello del recente nuovo vino da uve Tannat di Cerro Chapeu, l’Amat 1998.

L’Uruguay ha circa 10.000 ettari di vigneti in produzione in 9 regioni vinicole, si stima che ci lavorino almeno 4.000 vignaioli, le cantine sono poco meno di 370, tra le più famose delle quali ci sono Ariano, Toscanini, Castillo Viejo e Castel Pujol, quest’ultima dei Carrau, presentata benissimo da Elisabetta Fezzi su Enotime. La loro storia inizia in Catalogna nel 1752, quando Don Francisco Carrau Vehlis compra la prima vigna di famiglia. Nel 1840 Juan Carrau Ferrés si dedica al commercio di vino in tutta la Spagna e apre per 15 anni un piccolo magazzino di vini spagnoli a Montevideo, ma sarà la settima generazione di questi vitivinicoltori, con suo nipote Juan Carrau Sust, quarantenne enologo a Villa Franca del Penades, ad emigrare con la moglie Catalina Pujol e la famiglia in Uruguay nel 1930. A Montevideo si associa con Passadore e Mutio e insieme ai cinque figli fonda a Las Violetas, a 39 km da Montevideo, Bodega Santa Rosa, che in dieci anni vede i risultati moltiplicarsi per 25 volte fino a diventare la numero uno dell’intero Paese nel 1940. Ma Juan Carrau Sust non si accontenta, é un enologo del Vecchio Continente che si trova tra le mani un vero Eldorado, è venuto per rivoluzionare la vitivinicoltura e la tecnologia e oltre al vino rosso comincia a fare vini tipo Jerez, Porto, Moscato, Trebbiano, spumanti metodo champenoise e perfino una Manzanilla speciale che oggi non si produce più. E i figli lo seguono.

Nel 1949 il giovanissimo Juan Francisco Carrau Pujol inizia a dirigere con successo l'azienda del padre, seguendo la tradizione innovativa della famiglia. Sposa l’italiana Elena Bonomi che gli dà otto figli e nel 1968 inizia la riconversione vitivinicola nel Rio Grande del Sud, dove rimangono due dei figli, che a Caxias oggi elaborano i primi vini organici certificati del Brasile. In quegli anni prende corpo il progetto Castel Pujol per il quale rileva l’azienda dai soci, altra mentalità, e rifà da capo a fondo i vigneti, importando e diffondendo in Uruguay delle viti selezionate e prive di quei virus e di quelle malattie, che stavano ricominciando di nuovo a distruggere la viticoltura dell’Uruguay. Viene acquistata la cantina Pablo Varzi, fondata nel 1887 da pionieri italiani, per produrre vini imbottigliati di qualità, per cui nel 1979 inizia, proseguendo poi insieme ad altri produttori figli di oriundi italiani come Toscanini e Ariano, la vinificazione strategica dell'uva Tannat. Così questo ceppo è riuscito a rivoluzionare l’enologia uruguaiana ed oggi rappresenta la varietà di uva rossa più coltivata del Paese, dando un vino particolarmente adatto alla cucina tipica locale, a base di carne bovina, tre diversi tipi di pepe e origano fresco.

Alla sua morte, cinque degli otto figli ((Javier, Francisco e Ignacio, che sono oggi responsabili della Vinos Finos Juan Carrau S.A. fondata nel 1976, e Gabriela e Margarita che sono azioniste) s’impegnano in azienda e cominciano ad esportare, dapprima in Finlandia, poi riescono a penetrare in Inghilterra, dove ottengono un lodevole giudizio da Oz Clarke. Come le precedenti otto generazioni, non sono tipi da farsi condire dalle chiacchiere né farsi condizionare dalle mode e vanno avanti con i piani stabiliti decenni fa dal nonno e dal padre, senza dimenticare le donne della famiglia (i figli in Uruguay portano i cognomi dei due genitori), cui sono dedicati i vini importanti e il nome della cantina. I Carrau sono un punto di riferimento per tutta la vitivinicoltura dell’Uruguay e le mode, semmai, le stabiliscono loro, ma sulla base dello studio dei suoli e dei microclimi, piantumando il ceppo ed il clone più adatto alle varie specifiche condizioni della natura e non quello che fa il furore di turno nei salotti dei buyers dell’emisfero boreale.

Infatti nei loro vigneti, oltre alle varietà già citate, c’è spazio anche per altri vitigni come Moscato d’Amburgo per un ottimo rosato, Moscato Miel per un bianco floreale e fruttato, Trebbiano per un bianco leggero, Sauvignon Blanc per un bianco aromatico e fresco, Chardonnay per un bianco secco in armonia col rovere e poi Pinot nero, Merlot e Cabernet Sauvignon, tutti trattati per esprimere il massimo della propria potenzialità nei terreni a loro più consoni. I bianchi sono potenti ed hanno tutti dei vivaci riflessi verdolini ed i rossi sono sapidi e caldi, come vuole il gusto uruguaiano, un Paese dove si consumano ben 32 litri/anno pro capite.
Oggi la Vinos Finos Juan Carrau S.A. possiede diverse tenute, tra cui Castel Pujol nella regione di Canelones (35 ettari in proprio ed altri 40 che lavorano per la tenuta, su un totale di appena 200 ettari esistenti nella regione), dalle terre nere, argillose e fertili, Cava de Varzi acquistata dagli oriundi italiani e Cerro Chapeu (40 ettari piantumati a vite tutti per la prima volta nel 1976, sui 300 a disposizione) nella regione Rivera, nel NordEst, dai suoli sabbiosi fino in profondità, terre rosse dal drenaggio eccellente, un tipo di terreno a lungo ricercato con un progetto dell’Università californiana di Davis e che ha immediatamente entusiasmato, il vigneto più alto dell’Uruguay con i suoi 350 metri s.l.m. e che ha visto sorgere da poco anche la cantina.

I vini in gamma sono tanti, ma tutti di un livello notevole, perfino i meno impegnativi sono veramente ben curati, molto più di quanto ci si aspetti. Si sente una mano diversa da quella della gran parte delle coltivazioni di vite del sudamerica, un’impronta spagnola ed anche italiana che si è affermata con grandi sacrifici, mantenendo però sempre stabili le strategie dell’azienda attraverso le generazioni, di cui un esempio molto significativo viene anche dall’acquisto delle botti, che provengono, non certo per affezione, dalle stesse aziende di due secoli fa.
Fa molto piacere scoprire che il Nuovo Mondo non è come ce lo dipingono i commercianti, cioè un monoblocco di vinificazioni di stile californiano, spinte per accontentare i palati necrofili della borsa londinese o i Parker di turno nelle varie riviste specializzate, ma è un mondo vivo, con le sue contraddizioni ma anche con i suoi caratteri calienti. I diversi, insomma, quelli che non mirano ai premi ed alla televisione, ma che tirano dritti per la loro strada, curando al massimo livello la soddisfazione del cliente, che rimane, per i Carrau come per me, l’unica ragione per fare il vino.

Importato da: Iemmallo enotecnico Alessandro
Via Cardinal Federico 7, Milano, tel. 02.72000635





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