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VINI DAL MONDO del 19/10/2004

Gli ottimi Cabernet Sauvignon di Cipro


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Si chiamano Last Minute le offerte turistiche dell’ultimo minuto, quelle più economiche. Ma anche qui vale la regola di last but not least, cioè ultimo non significa inferiore. Per esempio può capitare Cipro, che è l’isola più infuocata del Mediterraneo, e non solo per la temperatura politica che vede la parte turca e la parte greca sfidarsi in cagnesco, sempre pronte all’arma bianca. Qui si cuoce davvero, fuori dall’acqua cristallina del mare. Questo è uno degli ultimi posti del Mediterraneo dove le tartarughe vanno in cova, l’ambiente naturale infatti è meraviglioso. Paesini assonnati sperduti fra le montagne, dove risuonano le campane ortodosse, l’aria profuma di arance e si fa il vino come lo si è fatto da secoli, per Riccardo Cuor di Leone, per l’evangelizzatore San Lazzaro, per San Paolo...

Siamo soltanto a 60 chilometri dalle coste siriane e a 240 da quelle egiziane, molto caldo e vegetazione scarsa e bassa, un clima da oliveti, ma grazie alla brezza del mare l’isola è un piccolo paradiso per le vigne, rigorosamente allevate ad alberello. Però il vero clima di Cipro si scopre la sera, nelle taverne, dove suonano i complessi folcloristici locali che fanno ballare gli ospiti al suono del sirtaki e dove circola una delle migliori birre del mondo, davvero da provare, esattamente come il vino. Se poi capita di andarci anche ad autunno inoltrato, quando a due passi dal mare ci sono i festival del vino e la gente si diverte con poco (per una sterlina si ha diritto a berne quanto se ne vuole...) allora le soprese non mancheranno. E fra le pietre bianche, le viti ad alberello e il profumo del rosmarino, neanche le allucinazioni!

Sognare Châteauneuf-du-Pape a Cipro...
Come quella di vedere improvvisamente con gli occhi della memoria una vigna di poco più di un ettaro, quella del Clos de l’Oratoire des Papes Les Choregies di Antoine Ogier a Châteauneuf du Pape, nella bassa valle del Rodano. Suolo bianco calcareo, viti di ottant’anni, circa quattromila bottiglie l’anno di un vino appassionante e da favola con i suoi aromi di ribes rosso, melograno, kirsch, rabarbaro, rosmarino, cioccolato e cuoio, tannini morbidi e spezie molto leggere.
Questo nettare che si produce sulla cima della collina che era la residenza estiva dei Papi nel periodo avignonese non mi vuole proprio uscire dalla testa, grazie all’enologo Matthieu Coutton con cui ho degustato l’annata 2000 e che mi ha sorriso quando gli ho detto che non posso simpatizzare per il noto avvocato americano dal cognome stilografico che gli ha dato i suoi famosi, ma soltanto 96, punti. È noto che se i vini non sono più che condensati, non sanno di legno, di fegato crudo e di gatto morto, ben difficilmente piacciono a certi americani.

Ma che diamine, cosa pretendeva, che a Châteauneuf du Pape si usassero, e magari in eccesso, le barriques bordolesi da 225 litri (di forma e capacità simili ai barrels californiani, anche se di rovere più nobile) per i vini dell’assemblaggio della più antica AOC di Francia? Gli enologi delle Caves des Papes di Antoine Ogier non lo fanno, anzi usano ben quattro tipi di botti diverse (tra cui le grandi foudres e le mastodontiche coniche) a seconda del vino da assemblare. Quindi le barriques, che qui sono tradizionalmente da 300 litri, vengono usate soltanto per quei vini che le richiedono, come quello prodotto dalle uve Syrah, che in questo assemblaggio dona colore e struttura, ma ne costituisce però soltanto un quinto. Invece il vino ottenuto dalle uve Grenache (Garnacha in Spagna e Cannonau in Sardegna), che costituisce i quattro quinti dell’assemblaggio, viene maturato in fusti di capacità doppia, i demi-muids da 600 litri, perchè richiede un’ossigenazione inferiore per rimanere fresco e fruttato per altri anni ancora.

No, questo superbo vino non mi esce dalla testa, anzi mi tormenta con la sensualità avvolgente dei suoi 14,5 gradi scivolati delicatamente in gola come una seta orientale indossata dall’odalisca col ventre più sinuoso, slanciata in una danza che non si può più dimenticare. E sebbene sia difficile uscire da certi sogni ad occhi aperti, fra le assolate vigne di Cipro che sono tanto simili a quel cru di eccellenza, quasi avessero preso le misure col pantografo, non sembra però impossibile, anche perchè qui ce li hanno davvero dei vini capaci di accompagnare un felice rientro nella realtà, con l’atterraggio morbido.

Un grande Cabernet Sauvignon di Cipro
In questo estremo grembo orentale del Mediterraneo, la filossera, che distrusse un secolo fa i vigneti di tutta Europa, non ha attecchito per niente e tutti i ceppi, sia gli antichi autoctoni, come il bianco xynisteri e il rosso mavro, sia quelli importati via via nei secoli dall’Europa sono franchi di piede. Ci sono ancora alcune vigne di cento, centocinquant’anni fa, un grappolo a pianta, ma che morbidezza e finezza, in quei vini!

Specialmente l’eccellente Ino vintage 1997, un Cabernet Sauvignon fatto soltanto con i grappoli scelti della tenuta Château Zanatzia e vinificato da Etko, la cantina più antica delle quattro più grandi che esistono nell’isola. Fondata nel 1844, oggi è di proprietà pubblica, l’unico sistema che si è potuto trovare quaggiù per modernizzarla come si deve e renderla capace di trattare 30 milioni di chilogrammi di uva in media per ogni vendemmia, al notevole ritmo di ben 1 milione al giorno. A Limassol non sono numeri da poco, con le vasche di cemento vetrificato, i tini e le autoclavi in acciaio inossidabile, le botti di legno di ogni forma e capacità diverse (perchè studiate per elevare meglio ogni tipo di mosto e di vino), le cantine per l’affinamento delle bottiglie, un parco di contenitori che devono poter mantenere quasi 40 milioni di litri di vino ogni anno.

Dimensioni che corrispondono ad una grande padronanza dei processi e che permettono di fare delle ricerche continue per produrre dei nuovi vini, da tavola e di qualità, in grado di soddisfare sicuramente il mercato greco, al quale si concede però troppa attenzione. Forse è per questo che i loro bianchi non mi piacciono molto, per via di quella nota di retsina, comunque molto più delicata di quella dei vini bianchi greci, ma ancora evidente anche nel buon Nefeli e nel Salera, che sono però molto adatti alle pietanze locali come tahin (pasta di semi di sesamo), tzantziki (cetrioli con yogurt e aglio) e insalata greca mista con le olive ed il formaggio bianco fresco feta.

Despotika un vino dal cuore caldo e mediterraneo
Più interessanti sono certamente sia i rossi della tenuta Château Zanatzia sorta nel 1844 nella regione di Zanadjia, fra cui eccelle appunto l’Ino cabernet sauvignon, sia quelli più recenti dei vigneti intorno al paese di Omodhos, fra le colline dell’interno, vinificati nella nuova cantina Olympus costruita qui da Etko e avviata nel 1992, tra cui l’ottimo Despotika Cabernet sauvignon 1997. Non sono cari (tra 7 e 8 euro alla cantina) e hanno un interessante rapporto tra qualità e prezzo. Finalmente dei Cabernet sauvignon dal cuore caldo, mediterraneo, prorompente eppure tanto delicati e fini, senza quelle onnipresenti e annoianti esagerazioni di vaniglia tanto care agli anglosassoni, ma profumati di confetture di ribes, more e ciliegie, dai tannini morbidi e delicati, proprio perchè rivolti ad una cucina locale dove predominano carni d’agnello e pecora insaporite con pomodori, melanzane, olive, sesamo, aglio ed altre erbe del mare nostrum.

Vini equilibrati e armonici grazie a lunghi affinamenti in bottiglia (5 anni l’Ino e 4 il Despotika), dal livello alcoolico volutamente basso per queste latitudini, circa 12,5%. Vini stupendi con il mussaki (carne trita e besciamella con melanzane e patate) o il kleftiko (agnello e capretto con verdure), e che fanno ottima compagnia alla pita (focaccia) e alle straordinarie olive, che sono davvero ottime con questi rossi, un abbinamento di cui devo ringraziare il produttore Beppe Rinaldi, che le ha suggerite per il suo Barolo al comune amico Wojtek ”Nerval” Bońkowski.

Vini ambrati da Messa
Sono rimasto ben impressionato anche dal popolare vino ambrato prodotto dalla Etko a Limassol, il St. Nicholas Commandaria, che unisce i profumi e i sapori tipici dei nostri marsala vergine alla dolcezza del miele. Ottimo vino da meditazione, ma superbo con il suzukko (noci e mandorle in vino e miele), viene usato anche per officiare la S. Messa. Etko produce anche dei buoni rossi Semeli, Olympus e Claret ’62, oltre a tanti altri vini bianchi, rosati e rossi dal nome di fantasia e alla linea dei popolari sherry secchi e dolci Emva, per il mercato inglese. Inoltre ha investito molti sforzi nella sua nuova unità produttiva di Omodhos, la cantina Olympus, equipaggiata con le più moderne attrezzature e posta esattamente al centro di vigneti i cui filari più lontani non distano più di 3 chilometri dall’ingresso, per accogliere più velocemente durante la vendemmia le uve rosse mavro, marafeftiko, Cabernet Sauvignon, Cabernet Franc e Shiraz e le uve bianche xynisteri, Riesling e Chardonnay.

La cantina, che è termoregolata, ha una capacità di stoccaggio sotterraneo di 1 milione di bottiglie e fa anche dei vini da tavola Salera, bianchi e rossi, in attesa che i vigneti raggiungano delle età apprezzabili per decidere i passi successivi.
Ma in questa isola a due passi dal Medio Oriente, dove il vino buono è diventato una grossa realtà, la Etko è la più grande ed antica azienda vitivinicola cipriota (anche se non ha ancora un agente in Italia) ma non è sola. Si parla infatti di ”quattro sorelle” e attualmente a Cipro operano tre altre grandi cantine come Keo, nata nel 1927, e le due cantine cooperative Loel, nata nel 1943, e Sodap, nata nel 1947. Bisogna sottolineare inoltre la presenza di alcune piccole cantine private la cui nascita è stata favorita dal governo a partire dagli anni ’80, qualche centinaio di migliaia di bottiglie in tutto per un totale di tipi di vino che superano già il centinaio, e parliamo solo della parte greca dell’isola, quella che con i suoi vini sorride alla vita.

L’altra parte, quella turca, dove c’è quella Famagosta difesa eroicamente fino all’estremo sacrificio quasi cinquecento anni fa dai veneziani di Marcantonio Bragadin, è ora soltanto un luogo spettrale e poverissimo che per fortuna si intravede appena oltre il filo spinato e le armi spianate dei Turchi. Che il vino accompagni bene la civiltà, lo si avverte anche da questo. Altrove, dove l’integralismo religioso lo vieta, si nota soltanto un’atavica voglia malcelata di guerra, che nasce da una miseria lasciata divenire secolare, tanto assurda per dei posti così belli e vocati allo sviluppo perlomeno turistico, che troverebbe nel buon vino un ascoltato ed emerito ambasciatore.

Olympus Wineries Ltd, Omodhos, Cipro
Etko Ltd, Limassol, Cipro
P.O. Box 50261, Cy-3602 Limassol, export manager sig.ra Olivia Haggipavlu
tel. +357.2557.3391, fax +357.2557.3338, e-mail: contact@etkowines.com

Mario Crosta





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