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VINI ALL'INDICE del 11/02/2002

Dolcetto Sirì d’Jermu: un alieno enologico


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Appassionatissimo di Dolcetto e suo grande consumatore (è il vino, insieme alla Schiava dell’Alto Adige e al Barolo che io e mia moglie preferiamo bere), ultimamente ho deciso di tentare un esperimento. Stappare non una, ma ben cinque bottiglie di Dolcetto 2000, alcune di Dogliani, altre d’Alba, mettendole a confronto e cercando di capirne le differenze.
Ho pertanto scelto, targate Dogliani, il Briccolero di Quinto Chionetti, storico portabandiera del vino simbolo di questa bella località di einaudiana memoria, (che sebbene nella scheda dedicatagli sulla guida dell’A.I.S. romana Duemilavini venga definito, da un povero sempliciotto, “con pochi stimoli e arroccato sulle idee sue e del figlio perduto” continua ad avere una grinta incredibile e idee, giuste, ben chiare), il San Luigi ed il Sirì d’Jermu del paladino degli innovatori Orlando Pecchenino, e, targati Alba, due dei Dolcetto (insieme al Solatio di Brovia e al Bricco di Giuseppe – Mauro - Mascarello) innegabilmente number one: il Coste & Fossati di Aldo Vaira e il Priavino di Roberto Voerzio.
Affidato il compito di mascherare i vini e di servirmeli, in bicchieri tutti uguali, a Madame Ziliani, davanti a miei cinque calici mi sono messo all’ascolto e all’assaggio.
Senza dovermi troppo dannare l’anima tra sfumature di colore, di profumo e di gusto, una volta osservati con attenzione i cinque campioni, posto il naso nel bicchiere ed effettuato il primo assaggio, un primo responso m’è apparso chiaro: quattro vini, seppure con sfumature diverse, presentavano un minimo comune denominatore, un filo rosso che li collegava, con livelli di piacevolezza, complessità, ricchezza diversi. Un, invece, sebbene in etichetta portasse il nome Dolcetto, con la famiglia dei Dolcetto, almeno per come siamo abituati a considerare questo vino, non aveva nulla a che fare. E per dirla con un noto demagogo, con il Dolcetto “non c’azzeccava” proprio.
Con il suo lutulento colore nerastro dalle venature che richiamano la melanzana, la viscosa consistenza nel bicchiere, il suo naso totalmente in sé, concentratissimo e chiuso, con note che richiamano la carruba ed il tamarindo, il cacao ed il caffè tostato, con i suoi tannini pungenti, allappanti, durissimi, l’astringenza che prevale nettamente sul frutto, (forse dovuta ad una parte di affinamento in barrique), il gusto monocorde, stanco, che non invoglia al bere, ci è parso una sorta di alieno enologico, una strana creatura inquieta e tormentata che disperatamente animata dal desiderio di sorprendere, di apparire diversa e importante, finiva invece, molto tristemente, per non essere riconosciuta e quindi respinta.
Così, mentre gli altri quattro Dolcetto mostravano una loro cifra distintiva, un linguaggio comune, determinato da una bella fragranza floreale che richiama la viola e la frutta matura, accenni terrori e selvatici di sottobosco, e al gusto una pienezza, una carnosità di frutto, una materia ricca, ma bilanciata, tutti elementi che andavano a determinare un’estrema piacevolezza al gusto, una naturale facilità di beva, questo Ufo – Dolcetto, con la scontrosa ritrosia di una zitella un po’ inacidita e triste, di concedersi, di farsi apprezzare e capire, di mostrare doti di dolcezza, armonia, equilibrio, non ci pensava proprio. Preferendo rimanersene rintanato nella sua siderale lontananza, nella diversità incomprensibile e autoreferenziale di chi, con arrogante presunzione, ancora più arrogante nel caso di un vino, che sino a prova contraria dovrebbe essere pensato per piacere e per comunicare, dice, “se mi volete sono così se non vi piaccio, se non mi capite, sono cavolacci vostri”.
Dopo un paio d’assaggi il vino non mostrava proprio di volersi donare e di aprirsi alla comprensione e allora, resistendo alla tentazione di scoprire le bottiglie e conoscere l’identità di questo “unicum”, pensando magari di essere condizionato nel mio giudizio da un gusto, in materia di Dolcetto, molto personale e radicato, ho pensato ad un’ennesima riprova. Il tempo di un paio di telefonate e con il pretesto di una spaghettata e quel che c’è in casa, ho convocato un paio di cognati (ne ho quattro), componenti della categoria, benemerita, “quelli che bevono il vino che gli piace, senza interrogarsi troppo sul come e sul perché”. Normali consumatori, sebbene abituati dalla mia frequentazione e dalle bottiglie proposte loro a distinguere il buono dal mediocre, non addetti ai lavori, né guidaioli.
Rimesse le cinque bottiglie coperte sul tavolo e invitati a dire quale vino piacesse di più e quale meno, i miei due degustatori di soccorso (e le loro consorti) hanno, senza esitazione alcuna, confermato la mia impressione: il vino che piaceva meno, che non invitava al bere, e la cui bottiglia resterà alla fine della serata tristemente semipiena sul tavolo, era proprio il Dolcetto alieno, quello che alla mia prova d’assaggio io avevo nettamente considerato il meno esaltante.
Promossi, a pieni voti – e a bottiglie vuote – il Dogliani Briccolero del buon Quinto Chionetti, apprezzatissimi, per la loro complessità, ricchezza, carnosità, pienezza, per una struttura davvero mirabile, trattandosi di un Dolcetto, i vini di Vajra e Roberto Voerzio, promosso, per la sua piacevolezza, la fragranza floreale, la pulizia al gusto, anche se caratterizzato da una struttura molto più snella e lineare, da vino più semplice, anche se ben fatto, il Dogliani San Luigi di Pecchenino.
Bocciato invece, a giudizio unanime, perché del tutto privo di piacevolezza, scontroso, duro, tannico, vegetale al gusto, assolutamente e totalmente privo di ogni carattere varietale, molto più vicino a qualche Langhe rosso o a qualche vino nouvelle vague fatto in Campania, in Puglia o in Sicilia, con l’Aglianico, il Negro amaro, il Nero d’Avola e ovviamente altro (leggi Cabernet o Merlot protagonisti), che ad un Dolcetto canonico, il celebratissimo e costoso ( tra i 14 e 15 euro contro i 9 circa del San Luigi) Sirì d’Jermu di Orlando Pecchenino. Il “vero trascinatore e caposcuola della nascita del nuovo Dolcetto. Preparatissimo e perfezionista”, come, con gran sussiego, lo definiscono gli entusiasti estensori della scheda aziendale di Duemilavini.
Sfortunatamente, nonostante la “magica” consulenza dell’enologo dell’anno, alias Caviola Giuseppe, per gli amici Beppe, il “cru storico dei Pecchenino”, gente capace, lo dimostra il San Luigi, di produrre un buon Dolcetto, riconoscibile come tale, bevibile, con l’edizione 2000 dello Jermu, i portabandiera del “sogno Dogliani Docg, non solo un vino comune da tutto pasto, ma importante e longevo” (bum!) hanno clamorosamente toppato.
Lo dimostra non solo l’andamento della mia degustazione e dell’assaggio fatto (con tanto di bottiglia rimasta semipiena sul tavolo) con quei palati semplici dei miei cognati, ma anche il giudizio, notoriamente molto benevolo, anzi benedicente e amico, di Vini d’Italia, che con l’edizione 2000, volendo attribuire un “tre bicchieri” all’azienda simbolo dell’enologo di fiducia, pardon, dell’anno, non hanno scelto lo Jermu (tre bicchieri, lo ricordiamo, per le annate 1996,1997,1998 e 1999), bensì il San Luigi, arrivando a definire l’alieno della mia degustazione “persino troppo ricco, a discapito della finezza e dell’eleganza, vino di carattere, ma scontroso e difficile”. Questo, si badi, non in un’annata mediocre o qualsiasi, ma in millesimo eccezionale per le sorti del Dolcetto, che ha visto un livello qualitativo altissimo.
Continui pure Pecchenino, mal consigliato dai suoi amici e da qualche pubblicazione influente, con le sue sperimentazioni e le particolarissime, misteriose tecniche di cantina, tese a fare di quel piacevolissimo e gradevolissimo vino chiamato Dolcetto un’indefinibile cosa altra, che della piacevolezza (quella che il suo San Luigi ha: speriamo che il complimento non dispiaccia…) e della riconoscibilità, del prezzo tutto sommato equilibrato, non si vergogna.
Quel suo Sirì d’Jermu 2000, detto da un sostenitore convintissimo e senza esitazioni del Dolcetto, non mi piace proprio, mi sembra non solo scontroso e difficile, ma concettualmente sbagliato, pesante, monocorde, atipico, pensato per compiacere le…elucubrazioni mentali di qualche guida, e non per soddisfare il normale consumatore, seppure preparato ed esigente. E così, invece di dedicargli un “vino della settimana” (come ho fatto con i vini di Vajra, Roberto Voerzio, e come farò presto con gli ottimi Dolcetto di Brovia, Chionetti, Quinto, diffidate dalle omonimie, Viberti, Massimo Oddero) lo ospito molto volentieri, e a pieno merito, in questa rubrica dei vini all’indice, quelli che non consiglierei nemmeno al peggior nemico di bere. Perché, come ha detto Goethe, la vita è troppo breve per dover bere vini cattivi…

Il Franco tiratore
Francotiratore@vizzavi.it

Dolcetto di Dogliani Sirì d’Jermu 2000
Azienda agricola Pecchenino – Dogliani CN





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