MondoMotori MondoMotori

HOME

SCRIVI

MAPPA

PUBBLICITÀ

WineReport
WrCLUB
 
 
WinenewsVino & Co.TravelFoodShoppingCuriositàWrClub
della settimana

VINO DELLA SETTIMANA

NEWS DELLA SETTIMANA

del mese

STRADE DEL VINO

L'OPINIONE

L'INTERVISTA

VINI ALL'INDICE

OBIETTIVO DOC

DICONO DI LUI

RITRATTI AZIENDALI

LA DEGUSTAZIONE

NOVITA' IN CANTINA

VINI DAL MONDO

LE TEMPS RETROUVE'

L'EVENTO

I LOCALI DEL VINO

LIBRI

COMUNICATI STAMPA



LE TEMPS RETROUVÉ del 10/06/2004

I Barbaresco e Barolo di Bruno Giacosa: o della quintessenza del Nebbiolo


COMMENTA LA NOTIZIA
SUL FORUM

Ad ogni incontro con lui, e ho la fortuna di conoscerlo ormai da un certo numero di anni e di godere della sua fiducia, mi convinco sempre di più che Bruno Giacosa rappresenta il più qualificato protagonista del mondo del vino albese. Lo è non solo perché nel carnet dei suoi vini figurano entrambi i grandi rossi albesi, Barbaresco e Barolo, in alcune delle loro espressioni massime, perché vanta un’esperienza pluridecennale, e direi unica di wine connaisseur, che i vigneti li conosce, tutti, palmo a palmo nelle loro sfumature e differenze, perché pur non essendo un enologo di formazione è un vinificatore sopraffino (aiutato da una diecina d’anni da quel bravissimo ragazzo ed enologo che è Dante Scaglione), ma soprattutto in virtù di un’autorevolezza che è riconosciuta da chiunque e che lo porta ad essere riconosciuto da tutti come il “grande vecchio” (in senso sapienziale più che anagrafico) del mondo del vino che ha Alba come sua capitale.

Uomo taciturno, di poche parole (quale amico, suo collega, lo chiama simpaticamente “l’orso di Neive”…), ma di molta sostanza, Bruno Giacosa racchiude in sé una mirabile sintesi tra quello che rappresenta l’esperienza, la conoscenza, la storia del Barbaresco e del Barolo, ed un’intelligente apertura al nuovo, che gli permette, anno dopo anno, di realizzare vini grandiosi in grado di mettere d’accordo tutti: i tradizionalisti amanti dei vini d’antan ed i modernisti più illuminati, quelli che sanno riconoscere e apprezzare quanto di buono (ed è moltissimo) è stato fatto nelle cantine albesi nel passato. L’unico a “piangere”, semmai, è il portafoglio, che per potersi aggiudicare i vini di Bruno, le sue migliori riserve, viene, diciamo così, simpaticamente, ma giustamente (la vera qualità non può, purtroppo, essere a prezzi popolari…), alleggerito.

Basterebbe dire che oggi Giacosa, per quanto riguarda un aspetto importante, ma non fondamentale (basilare è disporre delle posizioni giuste e portare in cantina delle uve raccolte al punto giusto di maturazione e provenienti da vigneti condotti con giudizio durante tutto l’anno…), come l’affinamento dei suoi rossi top, oggi utilizza esclusivamente botti di medio formato di rovere francese, cambiate, senza pietà, ogni 8-10 anni, per dire come l’uomo sia tutt’altro che legato ad una concezione museale e statica del far vino e sappia ancora rinnovarsi con illuminata intelligenza.

I suoi vini di oggi sono grandi, e insieme a pochi colleghi e amici come Juancho Asenjo (spagnolo), Martin Kilchmann (svizzero), Othmar Kiem (sud tirolese di Merano, autore delle foto che corredano questo articolo), ho avuto modo di sperimentarlo, per l’ennesima volta, durante una ricca e articolata degustazione (di cui parlerò più diffusamente presto) sia dei vini in fieri dell’annata 2003 (segnarsi il Langhe Arneis, il Dolcetto Basarin e la Barbera Falletto, signori, vini da non perdere), sia, in un’emozionante comparazione, i cru di Barbaresco (Santo Stefano, Asili e Rabaja) delle annate 2000 e 2001, oltre ai Barolo Falletto e Rocche dei Falletto 2000, che visto il livello dei 2000 di Giacosa farebbe quasi dubitare che il “perfect year” decretato da Mr. Suckling sia meno sballato di quel che sembri…

Ogni volta che visito Giacosa, però, il Maestro (ma chiamiamolo così che è giusto, se non sono maestri personaggi come lui, chi può mai esserlo: il proprietario di una cantina “storica” che ha solo 25 anni di storia ? il “genietto” di La Morra che ha inventato il Barolo con vinificazioni sveltina di 4 giorni, il moscatista rinoceronte ?), tira fuori dal cappello del mago, conoscendo la mia passione (e quella di amici che solitamente mi accompagnano, gli Andreas März, i Nick Belfrage, e chi era con me questa volta), per le vecchie annate, qualche suo capolavoro. Qualche anno fa fu una sconvolgente verticale del re dei Barbaresco (mia personale opinione), il Santo Stefano di Neive, questa volta è toccato, in sequenza da lasciarci senza fiato, ancora al Barbaresco Santo Stefano riserva 1988, al Barolo Falletto riserva 1986, al Barolo Rocche di Falletto 1982, anno in cui acquistò il magnifico vigneto di Serralunga, di cui da una particolare selezione delle uve ottiene il suo gran cru Rocche.

Beh, posso dirlo senza timore di apparire retorico, che attraverso questi tre vini fantasmagorici, paradigmatici, riassuntivi di uno stile, di una sensibilità, è emersa tutta la grandezza, inimitabile, della Langa albese e di quel suo vitigno simbolo che è il Nebbiolo ?
L’eleganza, incredibile, assoluta, la finezza fatta vino del Barbaresco Santo Stefano riserva 1988, dal naso sapido, minerale, profumato di pelliccia, cuoio, polvere da sparo, fantasticamente fresco e vivo, calibrato ed equilibrato in ogni sua espressione, tutto giocato en souplesse, senza spigoli, cremoso al palato, una polpa dolcissima, tannini soffici, e un finale che ricorda una carezza calda e avvolgente, poi, dal Barolo 1986 (annata che conobbe una rovinosa grandinata in maggio e che ebbe una produzione naturalmente bassa) Falletto riserva, splendida intensità e tenuta di colore, tutta la freschezza e la vivacità aromatica del grande Nebbiolo, con la prugna, il ribes, le note di sottobosco a dominare, ed un frutto pimpante, croccante, pieno d’energia, un tannino ben maturo, un finale sapido, fresco, vitale, a caratterizzare un Barolo di assoluto equilibrio e saggezza, un vino da conversazione, di quelli che non ti stancheresti mai di ascoltare.

Infine l’apoteosi con la magnificenza del 1982, con la superiore caratura e la classe assoluta, da outstanding wine, del Barolo Rocche di Falletto, tutto brillantezza di colore, luminosità, riflessi rubino granati vivi a rincorrersi rilucenti nel bicchiere, dove si apriva un mondo di aromi e di sfumature da sogno, tutte nitide, perfettamente distinguibili, con la prugna, le spezie, il tabacco, i funghi secchi, tenere idealmente la mano, in un minuetto aromatico, al melograno, agli amaretti, ad un intrigante pizzico di rabarbaro e di alloro.

Prodotto oltre un ventennio fa, in un’annata di grazia per il Nebbiolo da Barolo e per quella celebrazione del Nebbiolo e della sua capacità di tenuta ed armonica evoluzione nel tempo che è il terroir di Serralunga, e un vigneto a 400 metri di altezza, esposto come ad anfiteatro, a sud – sud ovest, il vino ci regala ancora l’emozione assoluta di una bocca piena, ricca, non invadente come accade in tanti Barolo di oggi, di grande complessità e fittezza, dolcezza vellutata d’espressione, lunghezza infinita, con i tannini, dopo 22 anni, che mordono ancora e fanno sentire il loro ruolo di struttura portante del vino.
Nulla da aggiungere: sono i grandi vini di quel grande uomo che è Bruno Giacosa da Neive a parlare e a dirci tutto. E come dicono in Francia: chapeau bas, messieurs!





Auto usate