MondoMotori MondoMotori

HOME

SCRIVI

MAPPA

PUBBLICITÀ

WineReport
WrCLUB
 
 
WinenewsVino & Co.TravelFoodShoppingCuriositàWrClub
della settimana

VINO DELLA SETTIMANA

NEWS DELLA SETTIMANA

del mese

STRADE DEL VINO

L'OPINIONE

L'INTERVISTA

VINI ALL'INDICE

OBIETTIVO DOC

DICONO DI LUI

RITRATTI AZIENDALI

LA DEGUSTAZIONE

NOVITA' IN CANTINA

VINI DAL MONDO

LE TEMPS RETROUVE'

L'EVENTO

I LOCALI DEL VINO

LIBRI

COMUNICATI STAMPA



LE TEMPS RETROUVÉ del 16/11/2004

Salice Salentino rosso Riserva 1988 Cosimo Taurino


COMMENTA LA NOTIZIA
SUL FORUM

Non scorderò mai il primo vino del Salento che ho gustato, il Salice Salentino rosso Riserva 1966 Leone de Castris che zia Anna, bustocca tutta d’un pezzo, ma con tanti amici laggiù, mi donò nel lontano 1976, troppo buono. Ricordo perfettamente l’occasione, fu esattamente un anno dopo le mie prime vacanze in Puglia, da dov’ero tornato così euforico che non smettevo di raccontare a tutti le tante meraviglie di quella lingua di terra che avevo appena scoperto. Fra cui anche il mare, perchè il Salento si allunga fra le coste più belle dello Ionio e dell’Adriatico proprio verso il centro del Mediterraneo, ma soprattutto la gente, il suo stile di vita, la sua concezione della vita, della famiglia, del lavoro e tutte le cose buone che questo produce nel suo rapporto con la natura, che laggiù è davvero stupenda.

Una grande cultura dell’ospitalità

Intanto, appena arrivati dopo una nottata ed una mattina intera di viaggio, una gran fame, ma dopo aver scaricato le valigie ci accorgemmo che l’ora di pranzo era passata da un pezzo. Eppure l’amico Franco, che da lì era emigrato per andare a Torino a lavorare alla Fiat, non si preoccupava minimamente, ma noi avevamo visto tutti i locali chiusi. Un breve giro a piedi e notammo una piccolissima pizzeria con la saracinesca non completamente abbassata e la porta interna appena socchiusa. Franco scambiò due parole in un dialetto intraducibile con qualcuno all’interno e venimmo accolti tutti quanti „se vi accontentate di quello che stiamo mangiando noi”. Apriti cielo! Una teglia di zucchine, patate e cozze, spaghetti con vongole e gamberetti, lampascioni fritti e tanta, davvero tanta, cordialità. Tutta la famiglia del titolare ad un tavolo, e noi ad un altro. Ma non era chiuso? Una cultura dell’ospitalità rimastami fino allora sconosciuta.
Viaggiammo poi fra paesini che sembravano addormentati, eppure alla sera, dopo il lavoro nei campi, si riempivano di gente per allestire la festa. Feste ne fanno praticamente ogni domenica in estate, proprio per gli amici ed i parenti che tornano per le ferie dal lontano Nord e vanno rifocillati con i piatti tradizionali e rimpinzati di allegria. A cominciare da Locorotondo nelle Murge, dove quasi ogni domenica le macellerie stavano aperte fino a notte inoltrata. Non erano semplici negozi di carne. In macelleria c’era un forno, si comprava e si pagava la carne cruda e poi si tornava dopo un’oretta a prenderla cotta allo spiedo, con questa si andava in un’osteria dove anche soltanto comprando pane e vino si poteva mangiare a volontà con poca spesa.

C’era una volta in Salento

Vino comune, certamente, ma che vino! Aromi di fiori e di frutti della macchia mediterranea, in bocca corposi e caldi, completamente diversi dai vini del Nord perchè fatti apposta per ripulire perfettamente la bocca dopo le pietanze insaporite con l’aglio ed il peperoncino del posto. Primitivo nero come l’inchiostro che sporcava i bicchieri, Malvasia nera con una piacevolissima nota mandorlata, Negroamaro rosato e fresco che riempiva la bocca di profumi stupendi, Bombino nero fruttato e malizioso, per forza che una marea di quei mosti prendeva in cisterna la strada per le regioni del Nord e della Francia e andava a rinforzare certi dissanguati vinelli che poi venivano imbottigliati ed etichettati come tagli bordolesi altrove!

Questo era allora il Salento, dove non era raro trovare vini nelle bottiglie per l’acqua resa frizzante in casa con le polveri, con il loro tappo di ceramica, la guarnizione in gomma e il marchingegno di filo d’acciaio armonico, o al massimo in quelle della birra riciclate e tappate con un semplice tappo a corona. Quanta grazia sprecata! Lo hanno ben capito anche i Pugliesi, infatti hanno incominciato proprio i grandi produttori a imbottigliare all’origine quei loro vini ottenuti da una maturazione un po’ più prolungata, ricchi di potenza, ma anche morbidi, armonici e molto profumati, soprattutto di quelle spezie ed erbe che si esaltano la cucina mediterranea. Ecco quel grande vino del ’66, bevuto dieci anni dopo ma che poteva evolvere ancora a lungo, ed altri gioielli (come la Riserva Il Falcone 1978 Rivera) che cominciavano ad affluire sempre più spesso verso le grandi enoteche di Milano, sull’onda però di successi raccolti prima in altre parti del mondo.

Puglia: da vini da taglio a vini in abito da sera

Tornammo in Puglia in occasione della manifestazione sindacale nazionale dei lavoratori chimici a Brindisi e con chi avevamo riempito letteralmente un treno? Proprio con i nostri colleghi pugliesi che approfittarono dell’occasione per fare un salto a casa. Frutti di mare gustosissimi, noci di mare, cannolicchi, fasolari, ce li andammo a comprare direttamente dai pescatori anche se in molte pescherie li avevamo trovati freschi ed a buon prezzo, perchè i pescatori erano parenti di qualcuno della compagnia e ci davano il meglio anche se si doveva fare in fretta per non perdere il treno del ritorno. Così scoprimmo dei favolosi bianchi delicati come il Martina e il Galatina, ma le borse intanto si erano riempite di altri rossi, tra cui Lizzano e Copertino. Devo a questi colleghi, che non dimenticherò mai, una bottiglia di Salice Salentino rosso Riserva 1988 Cosimo Taurino, azienda oggi famosa con il Patriglione e il Notarpanaro, ma che allora non era neanche soltanto sfiorata dalle cosiddette guide.

Natale, Ciccio, Tonino, Umberto, Mimmo, Nicola, Sasà, Giuseppe, ogni tanto al ritorno dalle ferie mi portavano qualche vasetto di peperoncini sott’olio e del vino in bottiglia, un tipo di confezione che allora era già un lusso permettersi per molte cantine pugliesi, compresa la Cosimo Taurino che fino al 1972 produceva vini da taglio.
Da questa situazione, che umiliava i grandi vini pugliesi, ne sono usciti con tanto lavoro, idee chiare e con quella naturale allegria che dà una forza speciale ai Pugliesi, capaci di prendere con ottimismo anche situazioni molto dure, dove non c’è che una sola via di uscita, o così o pomì. Oppure come dicevano loro „si amm’ascì, sciamm’annì, si nun amm’ascì ammusciénne!” (se dobbiamo uscire, usciamo, se non dobbiamo uscire andiamocene!).

Per amore della loro terra e della genuinità locale i Pugliesi non sceglieranno mai di regalare agli amici dei vini tagliati con uve di altra provenienza, come Cabernet sauvignon o Merlot che stanno bene fra le colline del Nord ma che soffrono le forzature in queste campagne sferzate dai venti di mare. L’aria da queste parti è incontaminata proprio perchè vi regnano Tramontana o Scirocco, infatti gran parte dei vigneti è ancora ad alberello e qualcuno a controspalliera, con suoli che vanno sarchiati sovente in superficie contro gli eccessi di siccità o i nubifragi, mentre i vitigni forestieri, piantati da qualcuno per sembrare alla moda, („mannaggia a ci tt’a mmuerte e a cheddà stramuerte”) richiedono troppo spesso delle maggiori densità fogliari o delle irrigazioni di soccorso oppure inusuali artifizi per non stressare le piante.

Un vino che ha sfidato il tempo

Questo Salice Salentino rosso Riserva 1988 Cosimo Taurino ne ha sopportate di cotte e di crude, tra cui cinque traslochi e due viaggi per mare, perciò non mi sembrava il caso di destinarlo ad un ulteriore invecchiamento, visto che già s’incartapecoriva l’etichetta. A dire il vero, quasi tutti i vini del nostro Meridione non si dovrebbero trattare come dei Barolo o dei Barbaresco che possono maturare in cantine più fresche e in mezzo alle nebbie, in quanto sono figli dei muretti a secco leccati dalle capre e dei trulli ombreggiati con i fichi, come mi diceva il padre di Franco che non ne terrebbe mai uno in cantina per più di un anno.

Detta così, ad una tavolata all’aria aperta con tutta la famiglia riunita nell’aia di casa su al valico di Pirro, sopra Fasano, c’era da credergli anche soltanto per la sua generosità con gli ospiti, grazie ai quali nessun vino poteva resistere più di un anno. Ma laggiù le viti sono baciate dal sole e può capitare l’eccezione quando trovano enologi del calibro di Severino Garofano e delle menti aperte come quella di Cosimo Taurino, scomparso prematuramente cinque anni fa (e grande amico del direttore di questo giornale) ed al quale non posso fare i complimenti per questo suo vino che gli è sopravissuto nonostante tutte le peripezie.

Ad ogni sorso un tuffo nel passato

Bevendolo, infatti, mi ha fatto sognare cose di ben trent’anni fa, ad ogni sorso apriva un angolo diverso della memoria e così mi sono rivisto a colori come in un film tutto quel viaggio, rivivendo come in una favola la mia Puglia in tutti i particolari. Il salone del barbiere, grande quanto un campo da pallacanestro come vuole la tradizione e sempre pieno, un vero salotto. Il grande trullo con un ettaro di terra venduto da uno che aveva urgente bisogno di contanti per andarsene e comprato per 600.000 lire dall’unico che al sabato sera potesse avere una cifra simile in tutto il paese, poi rivenduto quasi subito ad un milanese per 6 milioni, ma quanti ne vale oggi! Insomma, rivedevo dei volti, risentivo delle conversazioni, come se quel sogno uscisse dalla bottiglia, una sorpresa che solo i grandi vini sanno generosamente concedere.

Colore rosso rubino dai riflessi non più violacei e cupi come doveva essere da giovane, ma di un bell’amaranto o mattone e luminosissimi, risplendenti come un tramonto a Gallipoli. Ho voluto scaraffarlo perchè temevo depositi, ma questi sono rimasti cristallizzati sul fondo della bottiglia e la breve sosta in caraffa ha lasciato sprigionare aromi penetranti di ciliegie e prugne sotto spirito, cannella e mostaccioli, con la memoria che andava già in giuggiole al profumo delle frittelle con il vincotto, le fragranti pittule. Armonico e vellutato, caldo e avvolgente, mi sono ritrovato fra gli ombrosi sicomori dell’antica masseria ad ascoltare il canto della raccolta delle olive. Non più vino da carni arrostite, ma da selvaggina in salse nobili anche al cioccolato, perchè il fruttato si è trasformato completamente in floreale. A sottolinearne però la giovanile grassezza è comparsa, leggiadra, una piacevole nota di mandorla, la firma di un tocco di malvasia nera che è riuscita ad ammansire nel tempo la possenza del preponderante negroamaro.





Auto usate