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LE TEMPS RETROUVÉ del 14/01/2003

Chiavennasca – Nebbiolo, che grandezza !
Barolo e Valtellina a confronto in una degustazione dei vini di Borgogno e Pelizzatti Perego


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Nel raccontare la cronaca di questo raro e prezioso evento del vino, giacché di evento vero e proprio si è trattato, occorre subito rendere omaggio alla fantasia, al coraggio di chi l’ha ideato e organizzato, nella fattispecie l’enoteca Il Piccolo Principe di Milano (tel. fax 02 43319155 lepetitprince.milano@libero.it) nella persona di Massimo Bellini, e alla sana incoscienza delle due aziende che dimostrando rara intelligenza, personalità e capacità di volare alto hanno testimoniato come il mondo del vino oggi non si riduca alle consuete, stanche, banali ricette dettate dal marketing, dalle mode, dalle convenienze e dagli ossequi a vecchi e nuovi potentati economico – editoriali.
Decidere di presentare, in un confronto stimolante, geniale, innovativo, quattro annate di vini di Valtellina, non annate qualsiasi, ma storicamente importanti come il 1990, il 1970, 1961 ed il 1957, mettendole a confronto e senza uscirne massacrati, anzi, con le stesse annate, ma di un piccolo vino poco noto che, vediamo se mi ricordo, si chiama Barolo, è stato un gesto eroico, libertario, di spontaneità e bellezza quasi marinettiane o d’annunziane, che testimonia la personalità e, consentitemi di dirlo, gli attributi, di un uomo che corrisponde al nome di Arturo Pelizzatti Perego e della sua deliziosa figlia Isabella. E la signorile disponibilità e l’acume di una casa storica come la Giacomo Borgogno di Barolo, che ha accettato, nella persona di Giorgio Boschis, di mettersi in gioco e di proporre alcuni suoi gioielli in tandem con la più “piemontese” e “baroleggiante” delle case vinicole valtellinesi, quella per la quale il Nebbiolo, pardon, la Chiavennasca, è il più venerabile e sacro degli oggetti di culto.
Una casa che ogni amante dei vini autentici dovrebbe conoscere e che le guide, ad eccezione di quella dell’Espresso e soprattutto, diciamolo una volta tanto, di Duemilavini, che le dedica una pagina onesta e sincera e punteggi solo un filino avari, clamorosamente e vergognosamente ignorano, senza che esista un solo valido motivo per giustificare la riduzione di AR.PE.PE al rango di “missing producer”…
In ristretta compagnia, pochi ma buoni, in una giornata milanese piovosa, che ha indotto alcuni cronisti del vino meno coraggiosi (o forse meno innamorati persi del Nebbiolo?) di noi a dare forfait (gli assenti hanno sempre torto, in questo caso doppio torto), con tutto il tempo necessario e solo dopo tutti gli assaggi e le valutazioni possibili confortati da un Casera stagionato da urlo selezionato da Gastronom@nia (G&G S.A.S. di Gianatti Massimo - Via Cesare Battisti, 24 - 23100 Sondrio - Tel. 0342-212483), ci siamo goduti, ebbene sì, goduti, perché l’aspetto legato al piacere, alla fisicità del rapporto con questi otto vini da leggenda è stato intenso, i vini, senza badare, questa è stato il mio approccio e quello della mia preziosa collaboratrice, Wilma Zanaglio, sommelier professionista, che mi accompagnava, a stilare confronti, assurdi e improponibili, tra Valtellina e Barolo. Bensì badando, soprattutto, a cogliere la grandezza e la peculiarità delle due tipologie, e a distillare, da ogni vino, tutte le sfumature possibili, il potere di raccontare storie, di fare sognare e accedere la fantasia.
Vini diversi, per origine, natura del terreno, microclima, storie e fortune produttive, i due, ma vini “gemelli” e più simili di quel che si pensa per la stupefacente capacità di lasciar parlare i rispettivi terroir, di esaltare la grandezza delle uve, la sapienza del vinificatore, la pazienza e la saggezza del cantiniere, che, non casualmente, ha scelto la strada, vecchia e buona e cara, della migliore tradizione. Tradizione che si è tradotta, in entrambi i casi, nell’adozione di fermentazioni lunghe (13 giorni, con tre settimane di macerazione a cappello sommerso per i Barolo di Borgogno, 12-15 giorni per i Valtellina di Pelizatti Perego), e nell’affinamento in quei meravigliosi dinosauri dell’enologia che sono i grandi fusti di legno, di rovere per Borgogno e addirittura di castagno, da 40 – 50 ettolitri, per il collega valtellinese. Affinamento lungo, paziente, anche di cinque anni, seguito da un altrettanto prolungato, e fondamentale, periodo di permanenza in bottiglia prima della spedizione ai (lungimiranti) clienti.
Molte delle bottiglie avevano storie particolari da raccontare, il 1957 di Pelizzatti Perego portava ad esempio in etichetta la dicitura “invecchiamento naturale” ed era la prima annata che riportava in etichetta la gradazione, 12,5°, il 1961 era definito “Riserva”, mentre il 1970 recava l’indicazione “produzione pregiata”. Il Barolo 1957 aveva conosciuto solo legno e bottiglia con una fermentazione nelle tine di legno che oggi, in Langa, si stanno sempre più riscoprendo.
Per comodità di lettura definiremo tout court Valtellina (nome che esprime magnificamente la provenienza e l’identità del vino, ma il 70 era un Sassella, il 61 ed il 57 due Grumello, il 90 un Sassella) i campioni di Pelizzatti Perego e Barolo i vini di Borgogno, procedendo, più che a note di degustazioni tecniche, bellissima cosa, ma che spesso lasciano il tempo che trovano, alle impressioni che l’assaggio di ognuno ha suscitato.
Quel che ha stupefatto, in tutti gli otto i campioni, serviti in larghi ballon con la collaborazione del sommelier Fabio Bagno della delegazione di Crema, è stata l’incredibile, squillante solidissima tenuta del colore (alla faccia di chi dice che il Nebbiolo non ne abbia e predica pertanto l’uso della barrique, dei rotomaceratori, del concentratore e di chissà quali altre diavolerie enologiche o di disinvolti aiutini ampelografici per conferirne di più ai vini…), quel rubino leggermente granato e dalle lievi venature aranciate, ma non ossidate e stanche, che caratterizza questa magnifica uva del Nord Italia. Colori densi, caldi, profondi, pieni di luce e di vita, dai riflessi antichi e nobili, che hanno subito ben disposto, allorché i vini sono stati aperti per tempo e posti nei decanter a respirare, all’assaggio.
Partiamo, per dovere d’ospitalità essendo noi rivista dell’A.I.S. Lombardia e non Piemonte, dai Barolo di Borgogno, che si sono confermati quella grande, solida cosa che siamo abituati a conoscere, tradizionali nell’accezione migliore, e dotati di quella pulizia esecutiva che i modernisti hanno spesso accusato (e qualche volta a ragione) fare difetto nei Barolo old style. Potente, dotato di un naso fittissimo, ancora chiuso ed in sé, il 1990, vino dalla gittata lunga, dalla grande tessitura e dalla carnosità da lasciare senza fiato; selvatico e aereo nei profumi, ma ricchissimo al gusto, dove esplodeva polveroso come cacao, terroso, consistente, saldissimo e senza fine il 1970, che definirei un classico. Le emozioni sono poi cresciute con un 1961 favoloso, dal naso singolarmente canforoso e appena pungente, ma vivo, dotato di una maliosa densità e dolcezza, ed incisività, ed eleganza, abbinate ad un nerbo vigoroso e ad un carattere senza esitazioni, e con un 1957 dove ad un naso leggermente evoluto, con note di humus, funghi secchi, pelliccia e selvatico, faceva riscontro una struttura tannica ancora viva e mordente, una buona materia, una bella persistenza.
Ma la vera sorpresa, e la grande libido, mi si consenta, è venuta dalla quaterna di Valtellina, esaltati, tutti, da quel carattere sapido, minerale, nervoso, da quella bella acidità viva che ne costituiva la spina dorsale, il tema conduttore, il DNA. Vini pensati, all’epoca del loro concepimento, non per i wine tasting, per apparire e ben figurare in quella sorta di sfilata di miss Italia truccate e rivedute al silicone che sono i concorsi enologici e le degustazioni delle guide, ma per essere colti, una volta sottratti ad una cantina accogliente e stappati dopo anni, con mille attenzioni, e mirabilia al mondo mostrare.
Elegante, aereo, fresco, ancora tutto da aprirsi, ma già con note leggermente selvatiche e speziate, il Valtellina 1990, dalla bocca fresca, sapida, incisiva, imponente e sorprendente il Sassella 1970, di insospettabile densità e vinosità, con note suadenti di mirtillo, lampone e bonet (il dolce piemontese e langhetto a base di cioccolato, amaretti e uova), accenni di liquirizia, sottobosco, vino dotato di un equilibrio e di una piacevolezza, di una forza fantastica, da lasciare senza fiato. E poi, in un crescendo d’emozioni, d’eleganza suprema, perfetto il Grumello 1961, tutto una carezza, dolce nel modo di porgersi, suadente, con note leggermente speziate, esotiche, tra il carnoso e l’animale, cacao e amaretti e cannella, ratafià e lampone, con una bocca freschissima, nitida che si allarga verso un gusto lunghissimo, sottile, cremoso come polvere di cacao finissima e finisce sapido e nervoso evocando, come direbbe il miglior Veronelli, i “candidi bagliori delle vette” alpine.
Il finale, con il Grumello 1957, accidenti, solo un anno in meno del sottoscritto !, è all’insegna di una raffinatezza, ricercata e aristocratica, tutta borgognona, con un naso misterioso e complesso che ricorda un grande Pinot noir in quanto a sfumature di lampone, rosa, note di humus, e una bocca ancora di buona costruzione e ampiezza che si chiude su una nota salina e minerale, molto nervosa, che evoca in qualche modo la mela cotogna ed il melograno.
Che vini grandiosi, che magnifico ricordo di una Valtellina eroica che fu e che sopravvive ancora, come testimonianza unica, presa in mezzo tra rispettabilissime ed inevitabili interpretazioni moderne della Chiavennasca, tra vini sottratti alle botti di rovere e di castagno per finire, inevitabilmente, in barrique, nella cantina di quel “puro folle” di Arturo Pelizzatti Perego !
Ed io che, pazzo di mio già sono, e che considero l’incipit del romanzo di Saul Bellow Herzog (“Se sono matto, per me va benissimo, pensò Moses Herzog”) il mio motto, non posso che dirgli grazie, di cuore, per quelle magnifiche, irripetibili emozioni, che ci ha regalato, insieme a Borgogno, in quell’indimenticabile, piovoso pomeriggio milanese…

Franco Ziliani
Fziliani@winereport.com





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