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LIBRI del 11/01/2005

11 poeti celebrano la magia di Cà del Bosco

Un magnifico libro di fotografie


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L’avesse realizzato un altro, che so, un buzzurrissimo produttore irpino (inutile fare nomi, facile capire a chi alludo), un miliardario parvenu con la sua cantina high tech in Toscana, un estroso ultimo arrivato in Sicilia con voglia di épater les “picciotti”, saremmo tutti qui, io per primo, a parlare di un’operazione ispirata da megalomania, manie di grandezza, presunzione, esagerata considerazione di sé. Un qualcosa, insomma, di burino, fatto per ostentare il fatto che “guarda chi, se ghé da spent i dané, mi gu no problemi”, oppure “sono diventato così importante che anche il Newton viene a fare le foto a casa mie, con i so bele tusane tute biotte” !

Ma poiché questa operazione che vorrei definire come una celebrazione di sé stessi, del proprio piccolo mondo, di quella grande cosa che in nemmeno 30 anni di vita è diventata Cà del Bosco, l’ha fatta un uomo intelligente e di sicura classe come Maurizio Zanella, che dalla vita ha avuto tutte le fortune, da un padre lungimirante e di grande spirito come Albano Zanella (che in queste foto non appare ma la cui presenza aleggia un po’ ovunque, come quella del grande Ispiratore e Complice), ad una grande fortuna economica ad uno charme ed un tatto raro nel trattare con il prossimo, non posso che definire questo volume di grande formato 11 fotografi 1 vino (228 pag. 70 euro), testé pubblicato da un editore prestigioso come Skira (www.skira.net) come un piccolo capolavoro dell’italico ingegno.

Lo è non solo per la qualità, indubbia e strepitosa, delle immagini fotografiche, tutte rigorosamente in bianco e nero (una scelta che indica già un gusto e una raffinatezza non comuni), fornite da undici fotografi tra i più famosi al mondo, ovvero Flavio Bonetti, Franco Fontana, Georg Gerster, Ralph Gibson, Eikoh Hosoe, Mimmo Jodice, William Klein, Don McCullin, Helmut Newton, Ferdinando Scianna, Alice Springs, che in questi anni (l’operazione è iniziata nel 1990) sono stati via via chiamati da Zanella a Cà del Bosco e invitati a sbizzarrirsi, secondo estri, fantasie, predilezioni e modus operandi, nel ritrarre l’universo Cà del Bosco, una heimat, una piccola patria, dove non solo si cercano di produrre grandi vini, ma si persegue un ideale di qualità, di finezza (come il formato delle bollicine che compongono il perlage), una sorta di “luxe, calme et volupté” trasposta al mondo del vino, che rende, piaccia o meno, questa azienda agricola unica. Sicuramente in Italia e con pochi eguali nel mondo.

So bene, ed è bene lo dichiari apertamente, di non essere perfettamente obiettivo nel giudicare Maurizio Zanella e questo splendido volume che ne celebra tanto l’ambizione di volare alto quanto la capacità di rimanere ben saldo, come le radici delle sue splendide vigne, con i piedi per terra. Maurizio, classe 1956 come il sottoscritto, lo conosco da vent’anni ed è stato uno dei primi personaggi che sono andato a conoscere ed intervistare, proprio nel 1984, quando sulla Gazzetta di Parma cercavo, muovendo i miei primi passi nel giornalismo sul vino, di cogliere i cambiamenti che stavano avvenendo, oltre che nella cucina e nella ristorazione, anche tra cantine e vigneti.

Diventati amici, ed è difficile non diventarlo di una persona del genere, ho visto progressivamente crescere e tramutarsi in realtà il sogno Cà del Bosco immaginato da un Maurizio poco più che adolescente e reso possibile dalla disponibilità e dalla complicità a credere a tanta “follia” di un padre indimenticabile come Albano.
Ricordo il suo matrimonio, con la bellissima Tiziana, celebrato in maniera allegra e sfarzosa proprio in cantina, tra un benedicente padre Eligio, celebrità, ed un Giacomo Bologna ed un Veronelli raramente visti così scoppiettanti di allegria, merito anche delle bollicine che scorrevano a fiumi… E poi ricordo bene, sono stato un cronista puntuale di ogni evento, la crescita, l’evoluzione dell’azienda, sino all’arrivo in società della Santa Margherita, che indusse i puristi a parlare di un sacrilegio, di una trasformazione in senso bassamente commerciale della cantina di Erbusco. Come se poi la realtà non avesse smentito puntualmente queste cassandre, dimostrando come anche dopo l’arrivo dei Marzotto nella sala dei bottoni i vini, i Franciacorta super, dalla Cuvée Anna Maria Clementi Zanella al Saten al Dosage Zéro, e poi lo Chardonnay fossero rimasti sostanzialmente quelli di prima…

Questo libro, conoscendo Maurizio Zanella e non solo il suo conclamato amore per l’arte moderna, in tutte le sue forme, ed il suo spirito ludico e l’amore per le sfide difficili, (che dovrebbe portarlo, accidentaccio, ad essere interista e non certo milanista com’è: troppo comodo !…), non è altro che l’ennesimo episodio del suo vivere Cà del Bosco come una realtà complessa a 360 gradi che tenta di raccontare non solo attraverso i suoi vini, ma attraverso tutti i linguaggi, fotografia inclusa, possibili.
E tutti gli undici fotografi, ognuno con il proprio stile ed il proprio modo di avvicinarsi allo specifico rappresentato da un’azienda vinicola, fatta di vigneti, cantine, uomini che lavorano, particolari apparentemente insignificanti come una capsula, alla fine non sono altro che gli strumenti che Zanella abilmente utilizza per comporre un grande disegno, un mosaico, un puzzle di quel mondo unico che è la sua Cà del Bosco.

Protagonisti delle pagine di questo libro, come scrive la presentazione “sono il paesaggio romantico e silenzioso, il sonno della vigna, il turbinio della vendemmia, l’esplosione bacchica ed euforica, ma anche il dettaglio, solo apparentemente minore, della perfetta rotondità di un acino, della sofferta contorsione di un tralcio di vite, dell’ordine meticoloso delle bottiglie impilate, della lucentezza metallica dei serbatoi”.
Difficile dire quali siano le fotografie più belle, le più emozionanti, considerato che si va dall’elaborazione artistica e dalla foto assolutamente d’autore di un Franco Fontana, che genialmente compone “situazioni” dove le bottiglie, le gabbiette metalliche, vanno a confondersi fino a costruire quasi delle sculture, con la terra, al paesaggismo misterioso e fosco, che sembra annunciare quali minacciosi eventi, di un Don McCullin, nelle cui foto non c’è spazio per l’uomo e dove sembra celebrarsi uno scontro, come acutamente osserva Gianni Mura, “tra cielo e terra”.

C’è il minimalismo, l’indagine scrupolosa, quasi al microscopio, di ogni particolare, di Flavio Bonetti, lo sguardo dall’alto che delinea inusitate armonie e simmetrie nei vigneti dello svizzero Georg Gerster, e poi l’attenzione minuziosa al lavoro umano, ai minimi gesti, ad ogni dettaglio nella preparazione del vino, di Ralph Gibson, l’omaggio ai vendemmiatori e alla loro fatica di William Klein, il dinamismo di Mimmo Jodice, che infonde nelle sue fotografie una sorta di movimento segreto. E come dimenticare il modo pudico e discreto di Ferdinando Scianna di elevare ad epos l’operare quotidiano, silenzioso, anti-protagonistico dei potatori in vigna o di chi in cantina s’incarica, con studiata lentezza e pazienza, del remuage delle bottiglie sistemate sulle pupitres, ed i volti quasi attoniti di operai, cantinieri, trattoristi, di un giovane Stefano Cappelli, incredibilmente ritratto ancora con qualche capello e del grande André Dubois, chef de cave venuto via dalla Moët et Chandon, per fornire il sostegno tecnico e un’esperienza quasi da secondo padre, ai sogni di Zanella, fissati in maniera ipnotica da Alice Springs ?

Certo, poi, soprattutto per noi che siamo sensibili al fascino femminile e chissà quante volte abbiamo pensato una bella bottiglia di Champagne, pardon, di Franciacorta (di Cà del Bosco ça va sans dire…) come l’arma segreta (ma non tanto) per tentare di sedurre e rendere più disponibile una bella donna, il libro regala una mirabolante selezione di fotografie, corredata dalle consuete inarrivabili modelle appena scese da Marte o dall’iperuranio della libidine maschile, scattate da quel genio e cantore dell’eros che è stato Helmut Newton.
Trattoriste mai viste di così belle, dee e ninfe perse tra i vigneti, divinità pagane osservate discretamente da uno Zanella colto in forma di satiro e di pan o di pastore con cappello e bastone, oppure curve che rendono ancora più armonico e dolce il profilo dei vigneti, misteriose e sconvolgenti presenze (o piuttosto miraggi ?), a tavola ed in cantina, impegnate ad innalzare flûtes spumeggianti oppure ritratte di sfuggita dietro le sbarre (punite per quale segreta colpa ?) nel dedalo di cunicoli e gallerie della cantina ottagonale di Cà del Bosco.

Ma troppo banale, troppo prevedibile, pensare che possa essere il fascino inebriante di queste creature troppo perfette per essere vere, a rappresentare al meglio, a simbolizzare, l’identità di Cà del Bosco, e troppo disturbante tanta stupefacente bellezza per dare la misura di un luogo e di un lavoro che è fatto di fatica, sudore, illusioni e spesso delusioni.
Dovessi dare ad una fotografia, anzi, a tre la palma dell’immagine che meglio di ogni altra, a mio avviso, è riuscita a penetrare l’essenza di Cà del Bosco, andrei alle tre foto, pagine 94-95, quindi 74-75, per finire a pagina 98, comprese nella sezione che intitolerei “allegria e sacro”, affidate al fotografo giapponese Eikoh Hosoe, che getta uno sguardo asciutto, oggettivo, non celebrativo al microcosmo di Cà del Bosco. In quelle cassette per la raccolta dell’uva gettate in aria, con un gesto pieno di gioia e di voglia di scherzare, dai vendemmiatori, nel sacrale ottagono di pietra posto al centro della cantina, mai ritratto in maniera tanto maestosa e incantata e nella dolcissima foto di un sorridente Maurizio Zanella con cilindro che tiene per mano uno dei figli sullo sfondo di una luce aurorale e sembra quasi consegnargli il testimone e l’incarico di vivere a sua volta questa Utopia di bollicine, c’è tutta, credo, la magia di questo posto unico dove gli uomini cercano di perseguire la Qualità e di rendere reale il sogno. Una cantina non come le altre, Cà del Bosco...





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