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NEWS DELLA SETTIMANA del 15/04/2005

Premium wines: e del consumatore normale chi se ne frega!


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Ho letto con attenzione le riflessioni espresse recentemente da Angelo Gaja e Jacopo Biondi Santi sui premium wines, quei vini cioè che si vendono al consumatore, sullo scaffale, a più di 4 euro e debbo dire che sono corrette nel loro svolgimento, tanto che alla fine paiono condivisibili. C’è un difetto però: sono di parte e, se mi viene consentito l’uso di una parola forte, sono classiste.

Cominciamo col dire che una bottiglia sopra ai 4 euro significa escludere la maggior parte dei consumatori domestici. La gente comune non spende 4 euro per una bottiglia e quelli che se ne intendono, ma non sono modaioli o guidaioli, dimostrano la loro competenza scegliendo di bere bene entro i 4 euro, cosa che in Italia, grazziaddio, ma non certo grazie alle guide e ai giornalosti, si può ancora fare.

Noterete poi che Gaja parla di 4 euro sullo scaffale, ben sapendo che il canale maggiore per la distribuzione dei premium wines è quello della ristorazione, dove tu paghi, causa i ricarichi, come premium veri e propri (da 12 euro in su) la bottiglia basic premium da 4 euro. Ma la complicità tra produttori e ristoratori, una complicità che negli anni passati ha escluso dai supermercati quasi tutte le etichette amate dalle guide, fa ancora oggi in modo che cane non mangi cane, ovvero tra le cause del calo dei consumi non c’è, secondo la stragrande maggioranza dei vignaioli, il ricarico eccessivo del ristoratore. O comunque l’accusa viene rivolta con molta, ma molta delicatezza.

Biondi Santi poi dice: i vini di grande levatura hanno necessariamente costi di produzione alti e trovo veramente incredibile che questo elementare meccanismo della produzione sia considerato sempre con diffidenza. Bene, vorrei che Biondi Santi mi dicesse se Ezio Rivella, quando afferma, come ha recentemente fatto, che tutti i vini, anche i più grandi, non costano più di 5 euro la bottiglia tutto compreso, il di più è valore aggiunto, spara una stupidata o dice la verità.

Io credo che l’esperienza di Rivella, il suo aver speso una vita nel mondo del vino di qualità, lo qualifichi come affidabile esperto. Biondi Santi, che per sua stessa ammissione non ama critici a indagare sui costi, mi ricorda Berlusconi che si meraviglia sempre che qualche giornalista osi contraddirlo e non gli creda sulla parola. La fortuna di Biondi Santi, come quella di Berlusconi, è che purtroppo sono di più quelli che credono loro sulla parola di quelli che vanno a fondo alle cose.

Ma in realtà credo che le riflessioni di Gaja e Biondi Santi, impeccabili anche se di parte, siano da leggere nel contesto di un Paese che sta cambiando i valori di riferimento. Il presidente di Confindustria (che per inciso sarebbe anche presidente della Fiat) non si rammarica tanto per il calo di vendite della Stilo o della Punto, quanto si esalta perché vanno benissimo Ferrari e Maserati. Non si duole delle lacrime degli industriali dell’acciaio, ma gioisce per il successo delle scarpe Tods e della Poltrona Frau. Insomma, parla solo di prodotti elitari e di valore aggiunto, lasciando ai cinesi i jeans da 2 euro, perché in Italia si debbono fare quelli di Cavalli da 200 euro.

Montezemolo è come Gaja e Biondi Santi: chi se ne frega della gente che stappa i vini da 4 euro, noi dobbiamo produrre quelli da 10 euro in su per darli da bere ai ricchi russi, giapponesi, americani e via elencando persone con il denaro facile. Attenzione, non dico che non possano essere grandi vini, come la Ferrari è di certo una grande auto. Il problema è che non è destinata alla gente comune. Insomma, una scelta di marketing a livello Paese, ma attenti, perché se fallisce la Fiat, ce ne vogliono di scarpe Tods per dar da mangiare alle famiglie legate al mondo dell’auto. E nel vino: attenti, perché se non ci preoccupiamo di sostenere il mercato dei vini normali, i table wines secondo la tabella spiegata da Gaja, ce ne vorranno di premium per far campare il vigneto Italia…

P.S. Dopo aver scritto questo pezzullo, mi sono capitate sott’occhio le statistiche relative alla produzione e al consumo di vino, diviso per fasce di prezzo, in Italia. E ancora una volta mi domando: ma perché diavolo stiamo qui a discutere di bottiglie che rappresentano, in numero e in volume d’affari, il niente del mercato? Il fatto che se ne occupi Bruno Vespa non ne fa ancora il segmento di riferimento, così come il fatto che Antonella Clerici faccia un programma di cucina di successo, non fa necessariamente della burrosa presentatrice una gastronoma.





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