MondoMotori MondoMotori

HOME

SCRIVI

MAPPA

PUBBLICITÀ

WineReport
WrCLUB
 
 
WinenewsVino & Co.TravelFoodShoppingCuriositàWrClub
della settimana

VINO DELLA SETTIMANA

NEWS DELLA SETTIMANA

del mese

STRADE DEL VINO

L'OPINIONE

L'INTERVISTA

VINI ALL'INDICE

OBIETTIVO DOC

DICONO DI LUI

RITRATTI AZIENDALI

LA DEGUSTAZIONE

NOVITA' IN CANTINA

VINI DAL MONDO

LE TEMPS RETROUVE'

L'EVENTO

I LOCALI DEL VINO

LIBRI

COMUNICATI STAMPA



L'OPINIONE del 13/07/2004

Il Sagrantino di Montefalco di oggi e quello di ieri


COMMENTA LA NOTIZIA
SUL FORUM

Al MiWine di quest’anno ho avuto la possibilità di assaggiare più volte il Sagrantino di Montefalco di Arnaldo Caprai, sia in degustazioni mattutine a digiuno presso lo stand della Caprai, sia in degustazioni pomeridiane con dell’ottimo pecorino e dei deliziosi salumi offerti dagli sponsor della Fiera in un simpatico stand presso la porta meridionale. Con me c’erano quattro operatori stranieri che per la prima volta potevano conoscere quest’ottimo vino molto nominato all’estero. Mi è piaciuto in tutte le occasioni, ma non è stato il miglior vino che abbiamo incontrato in quell’ambiente specializzato, sebbene la fama che lo precede come un tappeto rosso invece pretenderebbe. Devo fare i complimenti ad Arnaldo Caprai, ma li estenderei senz’altro anche agli altri ottimi produttori del Sagrantino di Montefalco, sicuramente a tutti quelli di cui ho avuto il piacere di assaggiare i vini di questa stupenda zona vinicola del nostro Paese e che sono pochi, è vero, ma è giusto ricordarli: Colpetrone, Antonelli, Adanti, Rocca di Fabbri.

Questo vino ed il vitigno autoctono da cui proviene ha un’origine ancora avvolta nel mistero. Da una parte sembrerebbe che sia il degno successore di una selezione di cloni dell’uva itriola, descritta da Plinio il Vecchio in quanto coltivata già ai suoi tempi, due millenni fa, nella zona di Bevagna, tra Foligno e Montefalco. Dall’altra parte alcuni sostengono che sia stato introdotto in zona nel Medioevo o dai frati francescani che lo importarono dal Portogallo oppure da monaci bizantini che lo importarono dalla Grecia. Sta di fatto, comunque, che questo vitigno oggi tanto alla moda ha rischiato davvero l’estinzione e soltanto grazie all’intraprendenza ed alla caparbietà dei produttori di vino di questi colli oggi vede aumentare sempre di più la superficie vitata ed il numero delle bottiglie prodotte, sotto la tutela della DOC dal 1980 e della DOCG dal 1992.

Ho avuto la fortuna di scegliere la verdissima Umbria per le mie vacanze estive proprio nel 1980, con un’eroica Fiat 500 rossa che si è fatta tutte le stradine impossibili delle montagne in mezzo a paesaggi mozzafiato seguendo gli itinerari consigliati dalle classiche guide dell’ACI e del TCI. Dovunque sulle mappe venisse segnalato un bordo verde accanto alla strada, lì erano i posti dove l’utilitaria garibaldina doveva passare. Sorprese? Tante, a cominciare dai furgoni parcheggiati in posti stupendi che vendevano la porchetta a fette, fino alle scorpacciate di ottima acqua dentro il parco di Sangemini, molto più saporita di quella che si vende ormai dovunque in bottiglia, passando per gli splendidi pascoli del Subasio da dove cogliendo dei funghi spettacolari osservavo dall’alto i fulmini che si abbattevano su Spello. Ricordo una stalla di Seggio, che domina la valle del passo di Colfiorito, dove una famiglia ci ha offerto del latte appena munto e anche la gustosissima minestra di lenticchie del nonno, i negozi di campagna con le collane di cacciatorini che poi scorpacciavo nei numerosi picnic e tanti, ma davvero tanti, vini da favola.

Sceglievo i vigneti per stendere la tovaglia rigorosamente bianca (per distinguere meglio eventuali ospiti senza invito, piccoli ma sgraditi) e sono capitato a Montefalco soltanto per puro caso. Era l’anno in cui era stata appena approvata la DOC dello sconosciutissimo Sagrantino di Montefalco e a Spoleto ero passato prima in un’enoteca e poi in una trattoria alla buona dove quel vino veniva offerto con il sorriso a prezzi straordinariamente convenienti. Trasparente e molto luminoso, di un rosso vivo di ciliegia ma non di amarena, profumo di ribes rosso, ciliegine, lampone, visciola, garofano, al palato straordinariamente morbido, vellutato, fresco, molto fine ed equilibrato. Era tanto buono eppure davvero molto diverso dai corposi vini del Piemonte e della Toscana, era così meravigliosamente fruttato al confronto dei vinosi vini delle Dolomiti e del Collio che mi ha catturato subito per una gita in questo paesino sperduto su un colle, circoscritto dalle mura e circondato di fattorie, dove però in certi posti non si poteva nemmeno passare a causa del rischio di cadute di calcinacci, dove in certe sale non si poteva nemmeno entrare per vedere affreschi e quadri nonostante che non ci fosse ancora passato il terremoto...

Scelsi un poggio appena fuori dal paese, in posizione panoramica per vederlo bene tutto, nel vigneto fervevano in certe parcelle dei lavori di reimpianto, quindi gli operai agricoli, molto simpatici, facevano da guardia del corpo. Dietro le spalle, fra dei cipressi, si poteva scorgere una bella cantina che stava finendo di rifarsi il look. Quello stupendo vino che avevo acquistato in paese e che da quel giorno in poi mi ha accompagnato per tutta l’Umbria, rinfrescato nelle giornate calde nei ruscelletti o nelle fontane, l’ho bevuto soltanto lì e non l’ho mai più trovato da nessuna parte. Non perché non ci fosse Sagrantino di Montefalco in vendita, infatti a Milano lo si trovava già da Solci, a N’Ombra de Vin, nell’enoteca di via Solferino, ma proprio perchè quello che si trovava era diverso da quello che mi aveva fatto innamorare sul posto, tanto diverso, molto più simile a quello di oggi. Colore rubino molto intenso e fitto e dai riflessi viola, profumo di mora, frutti di bosco, prugna, caldo ed avvolgente in bocca e piuttosto robusto. Quello che ho assaggiato al MiWine era proprio come quelli, cioè perfettamente in linea con le caratteristiche organolettiche che da allora prima la DOC e poi la DOCG hanno prescritto.

Senza dubbio un disciplinare di successo, grande, enorme, di fama internazionale, ma un vino tanto diverso. Non è che il Montefalco Rosso assomigli a quel Sagrantino di una volta che ricordo bene perché stampato negli angoli più remoti ma sempre perfettamente accessibili della memoria, ci sono troppe altre uve di contorno, è diverso da produttore a produttore, a volte ha una nota di marasca, altre volte profuma di chiodi di garofano, emerge una fresca vena di acidità oppure qualche ineleganza, quando non emergono retrolfatti di mirtilli, carrube e ribes nero.

Mi è spesso venuto spontaneo un dubbio: perché si sia sacrificato sull’altare del marketing un vino tanto spiccatamente locale. Quante volte avrei voluto rivolgere questa domanda al più famoso dei produttori, ma non ho mai osato farla proprio perché mi mancavano gli elementi di conoscenza necessari, troppo pochi vini assaggiati, troppo lontano dalla zona di produzione per rigirarmela ancora tutta alla ricerca, col lanternino come Diogene, di un uomo vero, di un produttore che mi restituisca quella gioia e quella sorpresa di allora col suo vino tradizionale, fatto come lo faceva il padre, il nonno ed il bisnonno. Non ha senso, magari, proprio perché l’abito del Sagrantino di oggi ha le scarpe di cuoio lucenti, il doppiopetto, la cravatta alla moda, l’orologio d’oro ed una carta da visita di successo fra i buyers della City di Londra o di Manhattan Square a New York, mentre quel grandissimo vino era praticamente ignorato dai più, venduto alla stregua dei vinelli da osteria e soltanto in loco, un vino dalle scarpe grosse, le mani callose, i pantaloni di fustagno ed un cappello costruito con i fogli dei quotidiani.

Poiché non sono retrò e nemmeno tanto rimbambito, quella domanda me la sono tenuta nascosta umilmente per anni. Ma dopo il MiWine, dopo aver visto una leggera nota di delusione negli occhi dei miei amici stranieri, che non era certo rivolta alla fattura ed alla qualità intrinseca del vino assaggiato (che è pur sempre notevole) quanto all’eccesso di osanna e di premi che gli vengono assegnati nonostante somigli molto a tanti altri eccellenti vini francesi e californiani, mentre avrebbero voluto assaggiare qualcosa di particolarmente tipico e dalla prorompente personalità mediterranea, ecco che quella domanda mi pare giusto renderla pubblica. Il processo che ha fatto il Sagrantino di Montefalco ripaga certo finalmente degli investimenti, ma rischia di essere seguito dai vari Freisa d’Asti e del Monferrato, dai San Colombano al Lambro, dalle Bonarde d’Oltrepò, dai Cesanese di Olevano Romano, grandi vini che ottimamente si accompagnano ai piatti tipici del loro territorio, evviva la barrique che li rende di stile internazionale come una grancassa, anzi di sicura gran cassa, grest money, abbordabili sicuramente dai giapponesi con la loro cucina orientale o dagli americani che notoriamente mettono il ketchup anche sulle torte o nella scodella del latte e dei fiocchi d’avena.

Quando si fanno disciplinari alla moda il successo all’estero è garantito, ma noi perdiamo qualcosa di straordinario e riduciamo i sapori a quelli stessi che ci propone il supermercato. Che senso ha difendere i formaggi da latte crudo, gli insaccati con la carne tagliata a punta di coltello, quando perfino il semplice vino diventa un gran bel business anziché l’ambasciatore di territori che vengono visitati proprio perché unici, irripetibili, con la loro stupenda personalità ed identità culturale? Non toglierei soddisfazioni, adesso che finalmente arrivano, a quei coraggiosi produttori che hanno salvato le proprie aziende, interi paesi che si svuotavano per emigrazione da Bevagna a Gualdo Cattaneo, da Giano dell’Umbria a Castel Ritaldi per non parlare di Montefalco che oggi soffre al contrario di sovraffollamento, ma mi piacerebbe pensare che si possa mantenere uno spazio anche per gli aromi ed i sapori tradizionali, che nei disciplinari possa trovarsi qualcosa che salvaguardi l’integrità di una storia da cui comunque è nato un altro futuro più prestigioso, prevedendo comunque una indicazione in etichetta ed un premio di imbottigliamento per le produzioni di vino che si aggancino al patrimonio di un passato di sacrifici e ad aromi e gusti che non è giusto sacrificare alla globalizzazione.

Non mi rivolgo soltanto ad Arnaldo Caprai, che ha un’intraprendenza davvero miracolosa, ma a tanti uomini e donne del nostro mondo del vino che fanno anche i vini bandiera, ma che mettono un grande impegno anche nel resto della produzione destinata più al consumo che alla collezione.
Un esempio? Il miglior vino di Argiolas non è, secondo il mio modesto parere, il Turriga, anche se quello del 2000 è molto più buono del superpremiato 1995, ma sono due: il Monica ed il Nuragus, che ho avuto il piacere, quasi piangendo per l’emozione, di degustare appunto al MiWine con il signor Franco ed il signor Giuliano. Due vini sardi per eccezione, fatti come i sardi li vogliono, adatti ai grandi pranzi delle numerose famiglie riunite alla stessa lunga tavolata le domeniche in cui si fa festa e per festa s’intende mangiare sia il pesce che la carne e per finire i dolcetti. Ma sono vini da meno di 5 euro, chi fra i grandi e famosi degustatori avrebbe il coraggio di affermare che ne scolerebbe delle intere bottiglie a tavola per quanto sono avvincenti e non soltanto un paio di bicchieri come invece farebbero col famoso, ma prezioso, o meglio impreziosito Turriga? Chi ci restituirà quell’impareggiabile Sagrantino di Montefalco dopo venticinque anni di questo eccellente, sì, ma austero e quasi irraggiungibile gioiello?





Auto usate