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L'OPINIONE del 09/03/2005

Tocai: è davvero la fine?


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La questione del nome di un vitigno può interessare i rapporti fra gli stati all’alba del terzo millennio? Se il vitigno è il Tocai, simbolo della produzione in bianco di una regione che dei grandi bianchi ha fatto la sua bandiera, come il Friuli-Venezia Giulia, la risposta è sì.
Esistono delle situazioni, create dall’emanazione di norme e dalla conclusione di trattati internazionali, che difficilmente vengono comprese. Anche perché spesso nessuno di chi fa le norme e firma i trattati si premura di spiegarle a dovere agli elettori. Per aiutare chi volesse capire qualcosa della vicenda Tocai, senza punto entrare nel merito delle questioni affettive e tradizionali che vedono protagonista questo vino, speriamo possano servire le righe seguenti.

Nel 1991 un trattato, conosciuto come «accordo di associazione», ha instaurato rapporti bilaterali fra l’Ungheria (allora paese extra UE, oggi membro) e la Comunità Economica Europea (oggi UE). Con esso, fra le altre cose, Ungheria e CEE si impegnavano (nell’allegato XIII) a riconoscere reciprocamente la tutela della proprietà intellettuale, industriale e commerciale, oltre che – è ciò che qui interessa – «le indicazioni geografiche».
Nel 1993 un accordo bilaterale fra Ungheria e CEE ha fissato i termini della tutela e dei reciproci controlli sulle denominazioni dei vini. Lo scopo era «combattere più efficacemente la concorrenza sleale e meglio tutelare il consumatore».

Nella pratica questo «accordo sulle denominazioni dei vini» stabilì quali VQPRD (IGT, DOC o DOCG) ungheresi sarebbero stati tutelati anche nel territorio UE e viceversa. Per far questo venne stabilito, come logico, che le denominazioni ungheresi protette potessero applicarsi solo ai vini originari dell’Ungheria e che potessero essere usate solo secondo le regole ivi vigenti. A scanso di equivoci veniva vietata anche la possibilità di produrre fuori dall’Ungheria vini con denominazioni ungheresi insieme a dizioni quali «tipo» o «metodo» o «marchio commerciale». Naturalmente le stesse regole sarebbero dovute valere per le denominazioni dei vini UE in Ungheria.

La lista dei VQPRD ungheresi comprendeva il Tokaj.
La lista dei VQPRD della CEE non comprendeva né il Tocai Friulano né il Tocai Italico.

Nello scambio di lettere che permise di arrivare all’accordo venne stabilito che, in considerazione dell’uso invalso in Italia, alcune DOC friulane potessero contenere in etichetta l’indicazione Tocai, a patto che il vino fosse prodotto solo da uve del vitigno «Tocai friulano» coltivato in Friuli-Venezia Giulia o Veneto. Questa deroga avrebbe avuto durata per 13 anni dall’entrata in vigore dell’accordo sulle denominazioni dei vini.

Vitigno o denominazione?
Nessun problema sarebbe mai sorto se il «Tocai friulano» fosse stato un VQPRD. A condizione di reciprocità, se al momento della conclusione degli accordi fosse esistita una denominazione simile, in Italia, gli Ungheresi avrebbero dovuto riconoscerla e non avrebbero in alcun modo potuto rivendicare al proprio uso esclusivo la parola Tocai.
A norma del Regolamento Comunitario (art. 1 n. 3) n. 823 del 1987, che costituiva la norma fondamentale in tema di produzione e mercato vitivinicoli in Europa, gli stati membri avrebbero dovuto inoltrare i propri elenchi di VQPRD a Bruxelles. Lo fece anche l’Italia, ma l’elenco valido nel 1993 non comprendeva il Tocai Friulano.

Altri due regolamenti (il 2392 dell’89 e il 3201 del ’90) completavano la disciplina per la tutela dei vini tipici e stabiliva per i vini da tavola la possibilità di essere individuati in base ad una indicazione geografica facente riferimento ad una unità territoriale più piccola dello stato membro.
L’elenco delle denominazioni di queste unità geografiche non comprendeva né Friuli né Friulano.
Oggi, la disciplina del vino e della viticoltura è dettata in Europa dal Reg. 753 del 2002. Nell’allegato II sono indicati i nomi di vitigni contenenti una indicazione geografica. In esso sono presenti anche Tocai Friulano e Tocai Italico, con la precisazione che il loro uso sarà consentito sino al 31 marzo 2007, conformemente al contenuto dell’accordo sulle denominazioni fra UE e Ungheria.

La difesa del tajut

Tajut in Friuli significa bicchiere di vino. Si tratta, in un certo senso, dell’equivalente dell’ombra veneziana. E’ ciò che si acquista nelle molte osterie che spesso, ancor oggi, condividono i locali con i ristoranti, offrendo a chi viene dalla strada la confortevole alternativa fra un semplice bicchiere che profuma di tradizione, accompagnato magari da una fetta di San Daniele o dal frico, e il dolce impegno di un pasto completo.
Se il tajut è bianco (e se non è specificamente richiesto, di solito è bianco) e se l’avventore non richiede qualcosa in particolare, ciò che riempie il bicchiere e gli occhi, prima della bocca, è del Tocai.

Il Tocai è a pieno diritto uno dei vitigni autoctoni friulani e rientra nei disciplinari di pressoché tutte le numerose DOC di questa regione. Ma allora perché protestare, visto che non sono le denominazioni italiane ad essere minacciate?
Qui sta il punto.
Le ragioni dei produttori friulani poggiano sulla prevalente riconoscibilità del vitigno rispetto alla Denominazione. Essi sostengono implicitamente: chi beve davvero, non chi degusta semplicemente, nove volte su dieci chiede un Tocai, non un Colli Orientali del Friuli, esattamente come in una piola piemontese verrebbe richiesto un bicchiere di Barbera e non un Cisterna. E’ il destino dei grandi vini popolari: come le buone idee sono di tutti, appartengono al patrimonio genetico dei popoli e questo li priva forse del pedigree che i curatori di guida preferirebbero sempre, però li rende immediati e schietti nella percezione di un pubblico vastissimo di aficionados.

Le ragioni giuridiche

Il 16 dicembre scorso sono state pubblicate le conclusioni dell’avvocato generale presso la corte europea di giustizia, l’inglese Jacobs, riguardo alla causa C-347/03 intentata davanti alla suprema giurisdizione continentale dalla Regione Autonoma Friuli- Venezia Giulia e Agenzia Regionale per lo Sviluppo Rurale contro il Ministero delle Politiche Agricole e Forestali e la Regione Veneto.
I ricorrenti chiedono alla Corte di Giustizia Europea di pronunciarsi su diversi quesiti.
Gli accordi conclusi dalla CEE con l’Ungheria, violano il diritto dei singoli membri a tutelare le proprie specificità?

La UE è competente a decidere su queste materie? Tocai e Tokaj non sono denominazioni di pari dignità, per cui vanno tutelate entrambe? E’ giusto che si limiti in questo modo l’uso di un nome tradizionale, solo perché al momento di stringere gli accordi non si è tenuto presente un accordo in tal senso stipulato fra Italia e Ungheria nel 1948? E’ giusto limitare il diritto di proprietà dei produttori che non potranno più chiamare il proprio vino con un nome al quale sono legati e per promuovere il quale hanno speso fior di somme? Tutto ciò non rappresenta una discriminazione per i viticultori del Friuli Venezia Giulia?

Queste le domande a cui l’avvocato generale Jacobs (non un difensore di parte, ma un procuratore che istruisce la causa presso la Corte, con il dovere dell’imparzialità) ha risposto negativamente sulla base di diversi argomenti, i più importanti dei quali sono:
- l’UE è senza dubbio competente tanto in campo agricolo quanto nel campo della proprietà intellettuale e non c’è bisogno che gli stati ratifichino le sue decisioni perché queste siano efficaci;
- Tokaj è una denominazione d’origine, Tocai il nome di un vitigno, per cui non c’è nessun obbligo a dare la stessa tutela ai due nomi;
- gli accordi con l’Ungheria sostituiscono ogni precedente;
- la contrazione del diritto di proprietà dei viticultori italiani non è discriminatoria perché comunque hanno avuto 13 anni per prendere le “contromisure” e adattarsi alla novità.

Su queste basi, tutto lascia presumere che la Corte condividerà le ragioni di Jacobs e che dal marzo 2007 Tocai non potrà più apparire sulle etichette italiane.

Recriminare è giusto, ma è anche utile?

Chi può affermare di non comprendere le ragioni dell’amarezza dei produttori friulani che sentono la propria storia messa a repentaglio? Il diritto al nome è uno di quelli personalissimi, di cui un uomo non può disporre, e ci sono senz’altro cose che per storia, tradizione, bagaglio di emozioni, trovano nel nome qualcosa di più di un’etichetta.
Il vino, quando è intrecciato alla storia di una terra, e non solo a quella di un enologo, è un po’ come una persona. Una persona cara.
Di certo la classe politiche che oltre dieci anni fa non ha detto e fatto nulla perché una speciale tutela al Tocai venisse accordata non può essere assolta. Spesso, sono gli stessi politici che se la prendono con i tecnocrati di Bruxelles, ma non fanno veramente il proprio mestiere, per quanto ben pagato.

Tuttavia, «pacta sunt servanda» e, magra consolazione, il prestito dalla lingua ungherese, nel caso del nome Tocai, è abbastanza evidente. Diciamo allora che gli ungheresi, si sono ripresi quanto ci avevano prestato. E guardiamo avanti.
Il Friuli Venezia Giulia deve a questo punto pensare concretamente ad un nuovo nome per il suo vitigno simbolo. E’ una sfida che si può vincere, a patto di evitare orrori quali «Sauvignonasse» o Trebbianello.
Per non concludere con una semplice critica, desidero avanzare una timida proposta ai lettori di WineReport ed alla gente di vino del Friuli Venezia Giulia.
Perché non pensare di usare il nome «Tajut»? E’ semplice, legato alla tradizione regionale e facile da ricordare.

Credo, per la verità, che vi sia un produttore che ha brevettato questo marchio per indicare un proprio vino, ma non penso che si tirerebbe indietro se condividerlo con gli altri viticultori del Nord Est significasse salvare il bicchiere simbolo di quelle terre. Il Tajut appunto.
La sfida è lanciata. Non fa parte del DNA della gente, soprattutto da quelle parti, non raccoglierla o arrendersi.





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