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Cantina Produttori o del Barbaresco


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Oltre che terra di vini buoni, Barbaresco è un paese che a me piace molto. Mi piacciono la sua posizione a strapiombo, il suo profilo dominato dalla grande torre e i suoi spettacolari vigneti che disegnano le colline circostanti.
A Barbaresco c’è una realtà enologica piuttosto peculiare e decisamente interessante, che vorrei portare all’attenzione di coloro che tendono a sottovalutare le Cantine Sociali, o Cantine Cooperative fate un po’ voi: questa realtà è la cantina Produttori del Barbaresco, situata ovviamente a Barbaresco, e piena di singolarità che scopriremo strada facendo.

Il mio primo approccio con i loro prodotti risale a qualche anno fa e fu, non lo nascondo, per una questione di ... prezzo: volevo un Barbaresco ma non volevo spendere troppi soldi, e con il loro Barbaresco “base” centrai l’obiettivo. Il fatto di scoprire poi che il loro prodotto fosse pure molto buono mi fece ancora maggiormente piacere: quando c’è il rapporto qualità-prezzo, soprattutto per queste tipologie di vino, c’è sempre grande soddisfazione per il consumatore che c’è in me.
Riassaggiato poi durante il recente “Nebbiolo Grapes”, svoltosi in gennaio in Valtellina, ne apprezzai nuovamente le sue doti di Nebbiolo “non costruito”, la sua piacevole bevibilità e la percezione netta che fornisce del vitigno, che ne fa “un Nebbiolo puro”.
Ho quindi voluto approfondire la conoscenza di questa realtà nel modo migliore, e cioè visitandola, e la chiacchierata avuta con il direttore Aldo Vacca è stata sufficientemente esauriente per comprendere meglio passato e presente di questa azienda, con grande attenzione alla filosofia che sta alla base del lavoro che viene da loro svolto.

La Produttori del Barbaresco ha una storia lunga, con alcune interruzioni e periodi più o meno fortunati, un po’ come quella dello stesso vino Barbaresco. Domizio Cavazza, preside della Regia Scuola Enologica di Alba, fu colui che nel 1894 iniziò l’avventura cominciando a vinificare le uve di Barbaresco che fino a quel momento erano servite a fare vino Barolo oppure vino da pasto. Cavazza vinificò le uve di nove tra agricoltori e proprietari ed etichettò il risultato come “Barbaresco”, creando successivamente le “Cantine Sociali di Barbaresco” per la produzione di “Vini di lusso e da pasto”. Fu quindi Cavazza che diede corpo a quello che già si intuiva, e cioè che i vini di Barbaresco avessero caratteristiche proprie peculiari di un certo pregio. La morte di Cavazza, avvenuta nel 1913, la prima guerra mondiale, il ventennio fascista e la seconda guerra mondiale fecero cadere il progetto Barbaresco di Cavazza nell’oblio.

Il risveglio avvenne nel 1958, per merito del parroco di Barbaresco, don Fiorino Marengo, che raccolse intorno a sé 19 agricoltori e fondò la Produttori del Barbaresco. Duplice l’obiettivo: far rinascere il nome Barbaresco e dare un reddito ai soci, tentando di trattenere persone nel paese e nelle vigne in un periodo di forte migrazione verso la città e l’industria. Dall’inizio fu chiaro che l’unica uva che si fosse allevata sarebbe stato il Nebbiolo, e l’unico vino che si fosse prodotto sarebbe stato il Barbaresco, una scelta davvero coraggiosa poiché legata a un prodotto che, per essere venduto, doveva necessariamente garantire un’alta qualità.

E la scelta non ripagò immediatamente e furono molti gli anni difficili in cui Celestino Vacca, padre di Aldo Vacca, dedicò molto del suo tempo libero alla Produttori (era impiegato presso la Ferrero ad Alba) occupandosi sia dell’amministrazione che della vendita del prodotto. Un primo salto di qualità si ebbe quando Vacca lasciò la Ferrero e iniziò ad occuparsi della cooperativa a tempo pieno, il secondo a metà degli anni Ottanta, quando l’immagine del Barbaresco, e le vendite, cominciarono a crescere.
Oggi la cooperativa è formata da 56 soci e controlla una novantina di ettari, una cinquantina dei quali in alcuni dei cru più prestigiosi, situati soprattutto nel comune di Barbaresco. Anche ai giorni nostri l’uva gestita è una sola e viene allevata entro i limiti del disciplinare del Barbaresco DOCG. Ogni socio è obbligato a conferire tutto il Nebbiolo da Barbaresco che produce, non può cioè vendere l’uva a terzi oppure vinificarla in proprio pur essendo libero di allevare altri vitigni e farne, di questi sì, ciò che vuole.

Il conferimento del Nebbiolo avviene, per statuto, utilizzando ceste forate dalla capacità di non più di 20/25 chilogrammi, e ogni partita di uve conferita viene singolarmente valutata in base a parametri quali gradazione zuccherina e materia colorante. La possibilità di conferire singole partite fa sì che ogni socio cerchi di portare l’uva in cantina quando questa è al massimo delle sue possibilità.
La cooperativa è gestita coralmente, facendo di ogni socio molto più di un semplice conferitore, un fatto che cerca di stimolare partecipazione e senso di appartenenza. In questo senso una statistica è illuminante: solo 4 i soci che hanno abbandonato negli ultimi 25 anni, e tra di loro nomi piuttosto famosi per le loro successive carriere “in proprio” come De Gresy e Bruno Rocca. Il consiglio di amministrazione viene rinnovato ogni tre anni ed è formato da nove soci. Luminoso il presente e con buone prospettive anche per il futuro, poiché la redditività assicurata dalla coltivazione del Nebbiolo fa sì che la viticoltura sia un’attività appetibile anche per i giovani, molti dei quali formatisi ad Alba: il ricambio generazionale poggia quindi su basi solidissime.

La gamma dei vini prodotta, come detto, è sempre stata incentrata sul Barbaresco. L’odierna versione “base” esiste, ovviamente, dal 1958, mentre risale al 1967 la prima annata con indicazione della vigna in etichetta. All’epoca furono sei i cru vinificati, numero rimasto invariato fino al 1978 quando fu portato a nove. Questi “magnifici nove” (Asili, Rabajà, Rio Sordo, Ovello, Montestefano, Pajè, Moccagatta, Montefico e Pora) non sono più cambiati fino ai giorni nostri, così come non è cambiata la stretta consegna di produrli solo nelle annate ritenute idonee ed etichettati, dopo consono invecchiamento, come Barbaresco Riserva. Nelle annate meno idonee i cru vanno ad arricchire la qualità del prodotto “base”.
La Produttori del Barbaresco produce dal 1975 anche un Langhe Nebbiolo, Nebbiolo in purezza ottenuto da uve rispondenti comunque ai parametri del disciplinare del Barbaresco DOCG. La sua nascita corrispose a un momento di mercato difficile per i vini rossi importanti: si pensò quindi a un vino meno impegnativo, meno importante, ma più fresco e più piacevole. Visto il successivo ritorno in auge dei rossi importanti, durato fino a oggi, il Langhe Nebbiolo è divenuto la valvola di sfogo per uve da Barbaresco “declassate”, per ragioni magari legate alla gioventù del vigneto oppure ad annate difficili. E’ importante comunque capire che non si tratta di un tradimento alla causa del Barbaresco, poiché anche questa etichetta ha una sua corretta ragione di esistere, e neppure di un sottoprodotto ottenuto da rese esagerate.

L’enologo, dal 1986, è Giovanni Testa. Lo stile di vinificazione è “tradizionale” (“Per quello che può significare oggi questo termine”, rimarca Vacca) e prevede macerazioni tendenzialmente lunghe, intorno alle tre settimane, tranne che per il Langhe Nebbiolo, una settimana. Il vino trascorre l’inverno in acciaio per entrare in botte a primavera, botti di rovere di capacità compresa tra i 25 e i 75 ettolitri, la maggior parte delle quali di Slavonia. I tempi di permanenza in legno sono diversificati secondo la tipologia: sei mesi per il Langhe Nebbiolo, 15/20 mesi per il Barbaresco, e 36 mesi per il Barbaresco Riserva a cui seguono otto mesi di affinamento in bottiglia.
Le quantità prodotte, come riferimento, sono 60.000 bottiglie per il Langhe Nebbiolo, 150.000 per il Barbaresco e 130.000 per i Barbaresco Riserva (ogni cru fornisce tra le 10.000 e le 18.000 bottiglie). Più del 50% del prodotto viene venduto in Italia, mentre all’estero si vende negli Stati Uniti, in Svizzera, Scandinavia e Giappone, in calo la Germania. I prezzi sono decisamente interessanti: 6/7 euro il Langhe Nebbiolo, 13/15 euro il Barbaresco e 24 euro il Barbaresco Riserva.

Tutti i vini vengono imbottigliati rigorosamente in bottiglie di tipo Albeisa, mentre le etichette non hanno modificato la loro fisionomia, ritenuta magari un po’ fuori moda, ma che a me piace molto per ragioni di estrema chiarezza nella lettura, dal 1975 fino a oggi.
Molto istruttiva la degustazione che ha fatto seguito alla chiacchierata con Vacca: e qui il termine istruttivo è quanto mai adatto per capire le differenze di espressione tra le annate e tra le versioni di una stessa annata di un Barbaresco, poiché tutti i vini della Produttori seguono lo stesso percorso e sono realizzati secondo una filosofia omogenea.
Il confronto tra le annate 1999 e 2000 del Barbaresco ha mostrato che il 2000 ha un frutto intenso ma un po’ sgraziato e che il vino tende un po’ a sgonfiarsi in bocca dopo un ingresso roboante, mentre il 1999 ha una “tridimensionalità” (perdonatemi questo termine) perfettamente espressa e una maggior lunghezza senza cercare di essere sfacciato come il 2000. Le ragioni di questa differenza, secondo Vacca, sono strettamente dipendenti dall’annata: nel 1999 l’uva è maturata in modo più regolare e più costante, mentre nel 2000 questo non è potuto accadere per colpa di una seconda parte di estate molto calda. Detto anche che un anno di bottiglia in più abbia sicuramente giovato nel confronto al 1999, fa comunque piacere riscontrare le differenze tra le annate, così come sono e senza aggiustamenti: il vino deve rimanere un prodotto legato all’annata, pur restando nei canoni della correttezza qualitativa. Entrambi i prodotti hanno comunque mostrato una bella bevibilità e una piacevole agilità.

Molto buono anche il Barbaresco Riserva 1999 Montestefano, il quale mostra gli stessi pregi riscontrati nel Barbaresco 1999, ma ulteriormente amplificati, un vino dalla bella stoffa davvero, molto fine, molto preciso, senza sbavature, ma soprattutto che invoglia a bere. Imbottigliato a metà del 2003 ha ancora molto da dire in prospettiva.
Ricordando il simpatico Langhe Nebbiolo 2002, dai profumi sottili di fragolina e pepe e acidità ancora da attenuarsi, lascio la Produttori del Barbaresco con un’ottima impressione, soprattutto rispetto alla filosofia produttiva, la stessa che mi aveva portato qui ma ulteriormente amplificata: come nel passaggio dal Barbaresco 1999 al Barbaresco Riserva 1999 Montestefano, un bicchiere di Nebbiolo puro.





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