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L'INTERVISTA del 22/09/2004

Bruno Giacosa: un’intervista del l993 ancora di grande attualità


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Riordinando alcuni floppy disk, mi sono recentemente imbattuto in una serie di interviste fatte nei primi anni Novanta, per una rivista milanese, ad una serie di personaggi di assoluto rilievo: Giorgio Grai, Donato Lanati, Franco Bernabei, Mario Pesce, Severino Garofano, i primi nomi che mi vengono in mente. La serie era intitolata “I grandi nasi”, un titolo che voleva sottolineare le non comuni qualità di degustatori ed i palati sopraffini di queste persone e la loro esperienza nel campo del vino. Una delle interviste più interessanti è quella che feci, nella sua cantina di Neive, a Bruno Giacosa. Un’intervista che ancora oggi mi emoziona a leggerla, (anche per alcune mie ingenuità e alcune domande che oggi, di certo, non avrei fatto) e che mostra un Giacosa parlare liberamente della sua storia, dei suoi vini, e della realtà vitivinicola della Langa albese. Anche con accenni polemici e qualche ruvidezza.

Considerandola come un documento interessante, ancora ricco d’insegnamenti, (l’intervista viene fatta in un periodo, il 1993, che precede di anni il boom ed il successo internazionale del Barolo), ho pensato di riproporla, a 11 anni di distanza, ai lettori di quel WineReport che, all’epoca, come Internet, era ancora nella mente degli Dei, un sogno che si sarebbe poi tramutata in quello strumento utilissimo e moderno che oggi ci consente di comunicare, quasi in tempo reale.
f.z.

Sono molti i personaggi che rendono inimitabile e straordinariamente interessante il mondo del vino langarolo, vignaioli storici e dinamici vinificatori emergenti, ma ben pochi possono vantare l'autorevolezza, universalmente riconosciuta, di Bruno Giacosa.
Basterebbe il nome dei suoi cru più celebri, Santo Stefano di Neive e Gallina per i Barbaresco, Rocche di Castiglione e Collina Rionda per i Barolo, Basarin per il Dolcetto, a dare la misura del lavoro meticoloso e ispirato di quest'uomo tranquillo e di poche parole ( non è semplice " stanarlo " nel corso di un'intervista ) che senza proclami continua una saga familiare iniziata alla fine del secolo scorso. Fu infatti il nonno Carlo, mediatore, ad introdurre una metodologia di lavoro, proseguita dal figlio Mario e poi trasmessa a Bruno, basata sulla vinificazione di uve accuratamente selezionate non provenienti da vigneti di proprietà, ma acquistate ogni anno, sulla fiducia, sulla scorta di una conoscenza del territorio e delle sue caratteristiche totale.

Un modo di fare vini di grande equilibrio, ricchi di struttura e di eleganza, vini di forte impatto e personalità, che collocandosi nel solco della migliore tradizione viene apprezzato in tutto il mondo, dove il nome di Bruno Giacosa costituisce una garanzia di qualità senza compromessi.
A Bruno Giacosa abbiamo rivolto alcune domande sul suo stile di vinificatore e sulla realtà del vino italiano oggi.

Con un nonno e un padre uomini del vino seguirne le orme È stata una decisione forzata o una vocazione ?

Avevo 14 anni e mi trovavo in collegio ad Alba in tempo di guerra quando mio padre mi ha portato a seguire la mia prima vendemmia: la passione, se già non c'era è nata subito, ed il mio è diventato un mestiere che ho sempre fatto con piacere e vera passione, del resto se avessi avuto qualche dubbio avrei già smesso date le difficoltà. Rispetto ad altri miei colleghi, che peraltro stimo molto, io non vado in giro per il mondo, non faccio promozioni, resto in cantina convinto che debba essere il vino a dire tutto di me.

Nel 1970 Lei decide di imbottigliare vini con il suo nome in etichetta: come é maturata questa scelta ?

Il mercato della bottiglia nasceva proprio in quel periodo, sino a quel momento si lavorava all'ingrosso, con vendita in damigiane. Anche i ristoranti si compravano il loro vino e provvedevano ad imbottigliarlo per proprio conto. Quando abbiamo capito che quello della bottiglia poteva diventare un vero e proprio mercato l'abbiamo subito assecondato. Oggi la damigiana é quasi sparita e anche il privato che veniva in primavera per fare la scorta è diventato una rarità: non ci sono più le cantine adatte per far maturare i vini e non si è più capaci di imbottigliarli senza rovinarli.

Eppure in questo mercato tutto da inventare voi vi siete subito presentati con le giuste credenziali, un Barolo del 1961 e un Barbaresco del 1964...

Io sono uno che prima di imbottigliare ci pensa molto. Oggi molti mettono il Barolo e il Barbaresco in bottiglia prima del tempo, per essere pronti a partire, ma a me continuano ad interessare vini che possano invecchiare bene, senza fretta e questa tendenza a fare girare in fretta le annate per puri motivi commerciali non mi riguarda. Questo anche grazie ad una clientela che ormai mi conosce e che sa aspettare i tempi giusti per i miei vini.

Che sistemi di lavoro comporta il produrre vini non da vigneti di proprietà ma acquistando ogni anno le uve ? Che caratteristiche deve avere la materia prima che lei utilizza ?

Uno l'esperienza se la fa per forza: se dopo due generazioni che non si sono occupate d'altro non riesce a saper riconoscere e scegliere i vigneti giusti e le uve giuste, allora è proprio un asino !
Noi tendiamo a rivolgerci sempre agli stessi viticoltori, c'è gente con cui abbiamo rapporti onesti, di fiducia, da una diecina d'anni. Le uve poi devono provenire da vigneti con le migliori posizioni su terreni adatti. Non basta infatti una buona esposizione se il terreno È inadatto. Per arrivare a Neive le colline che vanno a Castagnole sono a due passi, ma la situazione cambia completamente, e così accade in Langa di duecento metri in duecento metri, con cambiamenti di profumi sostanziali. Sembra impossibile, ma è una regola che vale non solo per il Nebbiolo, ma per Barbera e Dolcetto: quello che conta, in un vigneto, È quel che c'è sotto.

E da quando ha acquisito il vigneto Falletto di Serralunga d'Alba È cambiato qualcosa ?

Ai contadini da cui si comprano le uve si danno consigli sul modo di lavorare, si cerca di seguirli, invitandoli a produrre poco. Nel vigneto di proprietà posso invece intervenire direttamente senza mediazioni, operare come credo sia bene, nei diradamenti a vigna, nei trattamenti. Le uve che ne derivano sono uve con cui dobbiamo fare i conti anche negli anni meno felici, ma non È che io possa scegliere di comprare uve un anno sì e un anno no, perché si hanno degli obblighi verso i viticoltori.

C'è chi sostiene che anche in annate piccole o cattive si debbano produrre e imbottigliare Barolo e Barbaresco, proponendoli al pubblico per quello che possono dare. Lei cosa ne pensa ?

Ci sono molte annate in cui non ho imbottigliato, perché il tuo nome, la tua credibilità, sarebbero state intaccate. Quelli che dicono che si debbano fare comunque Barolo e Barbaresco anche in annate piccole mi fanno un po' ridere, perché la mia lunga esperienza diretta mi dice che quando il vino non È buono può solo peggiorare. Ricordo che nel 1972, quando ho declassato tutto, alcune partite sembrava potessero salvarsi. La Camera di Commercio mi aveva dato il nulla osta, ma ho preferito vendere sfuso, conservando qualche damigiana per controllare meglio l'evoluzione del vino. Bene, dopo due, tre anni erano diventate una cosa schifosa! Nelle annate cattive puoi salvare Dolcetto o Barbera, ma il Barolo e il Barbaresco vanno fatti solo nelle annate buone, altrimenti non ha senso. Lo straniero che viene nelle Langhe e con una cultura del vino superiore a tanti italiani visita i ristoranti chiedendo non le annate giovani ma quelle mature se trova un Barolo di 15 anni di annate cattive può prendere solo delle delusioni pazzesche.

Fin dagli anni Settanta Lei ha percorso con decisione la strada dei singoli crus. Perché non ha scelto la via dell'assemblaggio, della cuvée adottata ad esempio da un patriarca del Barolo come Bartolo Mascarello ?

Io rispetto molto quello che fa Bartolo, ma un cru per me ha sempre qualcosa in più rispetto ad una cuvée. Uve di diversi vigneti messe insieme costituiscono sempre un insieme destinato a scontrarsi. Da una terra all'altra cambiano i componenti, gli estratti, l'acidità, c'è sempre qualche elemento divergente. Può darsi che Bartolo, con i due, tre vigneti di cui dispone, abbia trovato elementi comuni, una sorta di armoniosa omogeneità, ma sarebbe un caso davvero raro.

Tra le diverse zone comprese nei disciplinari di produzione di Barolo e Barbaresco quali ritiene essere le più adatte per fornire le giuste uve ai suoi vini ? Ce n'é qualcuna che Lei ritiene inadatta e di cui non utilizza le uve ?

La zona di Santa Maria della Morra per me non doveva comparire nemmeno nel disciplinare di produzione del Barolo, lo stesso discorso per un'area presso Cherasco compresa nel disciplinare per compiacere un politico che aveva lì propri vigneti... A La Morra ce ne sarebbero di vigneti da tagliare, perché danno vini che perdono colore e profumi. Anche nella zona del Barbaresco, che È più piccola e si controlla meglio, qualche revisione non ci starebbe male, in alcune parti di Neive o di Treiso. La zona del Barolo andava studiata e tutelata meglio, contenuta e non espansa oltre misura. Buona parte dei problemi del Barolo sono dovuti ad una produzione eccessiva ed in zone non pienamente vocate.

Lei produce sia Barolo che Barbaresco: quali sono, in pillole, le differenze tra questi due grandissimi vini ?
Esistono differenze notevoli che molto evidenti in gioventù diminuiscono col passare degli anni. Il Barbaresco È più delicato, fine, gentile, il Barolo possiede una struttura enorme. Un Barolo non é buono prima di sette, otto, anche dieci anni, al Barbaresco ne bastano quattro. Il Barolo é pi— longevo, può arrivare anche a 30 / 40 anni di età. Inoltre un Barbaresco di annata media o scarsina può essere buono, mentre un Barolo non conosce mezzi termini: o è eccezionale o arriva ad essere sgradevole. Il Barbaresco è più facile...

E' per questo che negli ultimi anni ha avuto più fortuna nel mondo ?

Nel mondo conoscono il Barolo: io vendo una media di 10 cartoni di Barbaresco contro 100 cartoni di Barolo. Tutti amano il Barbaresco ( e non potrebbe essere altrimenti vista l'eccelsa qualità dei vini di tanti bravi produttori - n.d.r. ) però finiscono col preferire il Barolo.

Che ovviamente è il suo vino preferito...

Io non sono un grande bevitore, un bicchiere a pasto e non di più, ma il mio vino prediletto È il Dolcetto, il miglior vino da pasto che esista.

Le crea qualche problema di " coscienza " , qualche rammarico la consapevolezza che i suoi Barolo e Barbaresco vengono apprezzati più all'estero che in Italia ?

Le grandi soddisfazioni me le danno gli stranieri: in Italia c'è ancora tantissima ignoranza nel mondo del vino ! Gli inglesi sono assaggiatori formidabili, i tedeschi, gli americani arrivano documentati e ben informati. Se non avessimo l'esportazione, con Barolo e Barbaresco potremmo chiudere..., i risultati in Italia non sono particolarmente incoraggianti. Non é poi che i ristoratori amino tanto questo tipo di vino, scelgono di forzare i vini su cui riescono a fare ricarichi robusti, cosa che non possono fare su questi grandi vini rossi. Certo, sanno che sono ottimi vini, ma non li praticano più di tanto. Questa enfasi messa sul Barolo come vino importantissimo, vino dei re da grandi occasioni, da evento, ha finito con lo stroncarlo.

Come incide la mano del vinificatore nel produrre un grande vino ?

Nel fare il vino ognuno ha la sua mano e talora riesce a rovinare la materia prima di cui dispone. I francesi dicono che con uve d'oro noi italiani facciamo vini d'argento, mentre da loro, che sono al nord e devono operare con un clima ben diverso dal nostro, accade l'opposto. Riuscire a dare una personalità al vino é difficile, bisogna avere molta cura nella fermentazione, fare i giusti travasi. Fino a quindici anni fa svinavo Barolo e Barbaresco a gennaio e tiravo fuori dei vini puliti e perfetti senza troppe necessità di travasi: oggi se facessi altrettanto dovrei buttare via tutto, per colpa dei prodotti chimici che scatenano odori incontrollabili. Oggi finita la fermentazione si deve svinare subito e fare tanti travasi anche su Dolcetto e Barbera. Era più facile fare vini una volta: la terra dava di più, ora é molto sforzata.

Dall'andamento dell'annata e dalla vendemmia si può capire subito che tipo di vino si potrà ricavare ?
Quando porti in cantina l'uva sai già tutto. Certi Barolo tipo il 1985, una grande annata, possono deludere, perché rivelano di non avere quella tenuta nel tempo che era lecito attendersi, ma l'uva non mente mai e ti dice tutto.

Da qualche tempo lei produce un ottimo spumante da uve Pinot nero acquistate nell'Oltrepò: la scelta di questo vitigno é una deformazione da grande produttore di vini rossi ? Pensa che le Langhe possano esprimere grandi bollicine?

Questa scelta non é casuale, mi sono lungamente documentato prima di decidere cosa fare, una volta che sulla spinta di numerosi clienti che me lo chiedevano mi sono convinto, nonostante le difficoltà, a fare uno champenois. L'Oltrepò, insieme al Trentino, era l'unica zona che potesse darmi uve Pinot nero come le volevo e come erano servite per anni a Contratto per fare grandi spumanti a Canelli. Non credo che le Langhe mi potessero offrire le stesse garanzie. Certo, c'é Fontanafredda che fa il Gattinera spumante, ma per il mio gusto é troppo duro, perché la zona di Serralunga é adatta al Nebbiolo, al Dolcetto e non certo al Pinot nero...

E cosa pensa della progressiva diffusione nelle Langhe di vitigni internazionali tipo Chardonnay, Cabernet sauvignon, Sauvignon, ecc. ?

Non condivido questa scelta: ogni zona deve essere vocata per determinati prodotti e non può illudersi di fare tutto. Va bene cercare prodotti nuovi, ma se il prodotto non va, se di vini simili se ne incontrano in tutto il mondo, non si possono mica spiantare i vigneti ! La tradizione È un portato al quale non si può rinunciare. Ci si lamenta della crisi del vino, ed é giusto, ma questa crisi é dovuta anche alla sovrapproduzione: si produce troppo, e di tutto, rispetto alle possibilità di assorbimento del mercato e al buon senso. In Italia se venti anni fa si fosse fatta una programmazione seria invece di andare per tentativi non ci si troverebbe in questa situazione. Qui da noi hanno messo Arneis e Chardonnay nei posti più impensati, nei prati dove non ci sono mai stati vigneti e dove si dovevano piantare pioppi. Il risultato sono vini che fanno spavento, magari messi in barrique per darsi un po' di tono. I problemi sono grossi, e la roba cattiva finisce con lo svilire i prodotti buoni e seri che creano immagine e consumo.

Per concludere: come deve essere un grande vino ?

Un grande vino può essere solo un vino da invecchiamento, È difficile definire grandi, anche se possono essere molto buoni, ed io li amo, un Dolcetto, un Barbera o un Grignolino. I vini buoni devono dare piacevolezza di beva, mentre la differenza é data dal bouquet, che nel grande vino ha completezza, ricchezza, complessità.

Intervista a cura di Franco Ziliani
fziliani@winereport.com





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