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VINO DELLA SETTIMANA del 12/10/2001

Dolcetto d’Alba Coste & Fossati 2000 Vaira

AZ. AGR. G.D. VAJRA
VIA DELLE VIOLE, 25 - 12060 - BAROLO (CN)

di Franco Ziliani


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SUL FORUM

Dolcetto d’Alba Coste & Fossati 2000 Vaira

Vendemmia: 2000

Categoria:
Vino rosso Doc
Uve:
Uve Dolcetto
Gradi: 14°
Prezzo: € 17.500 Lire

Oggi si pensano, si scrivono - e purtroppo ci tocca leggere - molte scempiaggini sul Dolcetto, che testimoniano una patente incapacità di accettare questo vitigno e questo vino, elementi fondanti della civiltà vitivinicola piemontese di sempre, per quelli che sono.
Così, per un wine writer serio, come Alessandro Masnaghetti, che giudiziosamente, in una sua recente “Bottiglia” sull’Espresso (27 settembre), rivolgendosi idealmente ad una produttrice “new wave” come Nicoletta Bocca, figlia di Giorgio, ricorda di avere sul Dolcetto “un atteggiamento più che positivo, a meno che non se voglia fare un Nebbiolo o un Cabernet Sauvignon”, molti altri, non si sa bene se per ignoranza, stupidità, per tornaconto personale o che altro, si ostinano a voler sognare e propagandare una trasformazione del Dolcetto in qualcosa che non sarà mai e non dovrà mai essere. Un surrogato del Barolo, del Barbaresco, del Roero Superiore, dei Langhe Nebbiolo e dei Langhe rosso. Dicono di voler fare del bene al Dolcetto, gli autori di simili pensate, ma, viceversa, finiscono solo con il danneggiare l’oggetto delle loro attenzioni.
Così, nell’attesa di partecipare, come attenti spettatori, al dibattito che nel corso della Fiera Nazionale del Tartufo, che continua sino al 28 ottobre, ad Alba, ospitato nel Palazzo delle esposizioni di Piazza Medford, vedrà il 20 ottobre alle 10.30 Orlando Pecchenino presidente della Bottega del vino di Dogliani e produttore di punta della new wave dolcettesca, Luca Ferrua della Stampa e l’enologo Lorenzo Raimondi, confrontarsi sul tema “Il dolcetto di Dogliani: evoluzione di un vino”. (Per informazioni tel. 0173 362807), non possiamo fare a meno di ricordare il nostro punto di vista sul Dolcetto.
Soprattutto dopo aver assaggiato, negli ultimi tempi, una serie di Dogliani e Alba e Diano d’Alba strepitosamente veri, che, siamo pronto a scommetterlo, non otterranno i massimi riconoscimenti delle varie guide, tutte, indifferentemente, impegnate a lodare i Super Dolcetto muscolari nouvelle vague. I vini, dal prezzo vigorosamente in ascesa, più vicino alle venti che alle diecimila lire, curati da enologi à la page, in terra di Langa, come il Beppe Caviola, vini che, come annota Daniel Thomases sulla guida Veronelli 2001, descrivendo uno dei più noti, fanno rischiare a chi li beve “di slogarsi la mascella”… Non sappiamo bene se per la concentrazione, i tannini allappanti o la difficoltà a masticare e mandare giù quel magnifico nettare…
A nostro avviso il Dolcetto, targato Alba, Dogliani, Diano d’Alba, poco importa, deve continuare ad essere un vino piacevolissimo, succoso, fruttato, carnoso (fleshy, come direbbero gli anglosassoni), ma immediato, di pronta beva, facile da capire. Un vino che può essere apprezzato giovane, d’annata, ma che grazie alla sua ricca tessitura, alla sua costruzione, tutt’altro che disprezzabile, può reggere senza problemi, ed essere apprezzato appieno, anche dopo alcuni anni di affinamento in bottiglia. Di vini del genere, realizzati à l’ancienne, con vinificazione in acciaio o al massimo una breve sosta in grandi fusti di legno, ed immuni dall’imbastardimento e dallo stravolgimento che procura immancabilmente ad un Dolcetto la permanenza in piccoli fusti di rovere francese, le fottutissime barriques, ne conosciamo, da anni, una sequela. Vini come il Briccolero ed il San Luigi di Quinto Chionetti, il Cascina Francia di Giacomo Conterno, il Bricco ed il Santo Stefano di Giuseppe Mascarello, il Gavarini Vigna dei Grassi di Elio Grasso, il Monte Aribaldo dei Marchesi di Gresy, il Lazzarito di Vietti, il Cursalet ed il Vigneto Maestra di Gillardi, il Vigna la Volta di Cabutto, il Campo Re del Punset, il San Lorenzo di Brezza, i Diano d’Alba Garabei e Söri Crava di Paola e Giovanni Abrigo, ed i molti altri che in questi anni ho segnalato, con grande piacere, su WineReport.
Sono convinto, pienamente convinto, di quest’evidenza, ma quando, sfogliando il Wine Spectator del 15 ottobre, m’imbatto in un articolo di James Suckling, dove il celebre articolista, sicuramente grande esperto di Bordeaux e di Super Tuscan, ma bisognoso d’ulteriori lezioni per quanto riguarda il Piemonte ed i suoi vini, accredita e sposa, senza eccepire alcunché, la folle tendenza di alcuni produttori di applicare al Dolcetto “ i metodi di vinificazione normalmente riservati al Nebbiolo e a varietà internazionali come Merlot e Cabernet Sauvignon”, capisco che la battaglia per la verità, contro le mistificazioni, è ancora lunga.
E che quando il capofila dei giovani leoni del Dolcetto di Dogliani, quelli che pretenderebbero di arrivare alla Docg per i loro vini che si pongono in aperta rottura con le tradizioni e l’identità storica del vino, arriva ad affermare, papale papale, che “il Dolcetto deve considerato alla stregua del Barolo e del Barbaresco”, magari, non l’abbiamo capito e glielo chiederemo ad Alba il 20 ottobre, ricorrendo agli stessi trucchetti dei magliari che nei loro “Barolo” e “Barbaresco” sono soliti aggiungere un po’ di Merlot o Cabernet al Nebbiolo, occorre reagire con forza. E dire che affermazioni del genere sono fanfaluche pericolose e che il vero Dolcetto deve essere protetto da simili tragici fraintendimenti, da interpretazioni assurde.
Se il signor Pecchenino pensa davvero che i suoi Dolcetto e quelli dei suoi amici di “Dogliani In”, debbano essere prodotti e lavorati come vini di stile internazionale, perché non se ne esce dalla Doc Dogliani e confluisce nell’ospitale contenitore del Langhe Rosso dove può sbizzarrirsi come crede ?
Ma non incavoliamoci più di tanto, che non ne vale la pena, e manteniamo i nervi saldi. Il Dolcetto, quello vero, saprà resistere all’offensiva dei “talebani” della moderna viticoltura albese e langhetta, quelli che pretendono di incarnare la Verità enologica. Finché ci saranno Dolcetti come quelli sopra citati, e come il Coste & Fossati di Aldo Vajra, che con grande piacere vediamo Duemilavini 2002 premiare, per l'annata 2000, con il massimo punteggio dei cinque grappoli (assegnato anche ai Dolcetto di Pecchenino, Ca’Viola, San Fereolo, San Romano, Anna Maria Abbona, Brovia, il mitico Solatio, ), c’è vita e c’è speranza.
Contrassegnato da una retroetichetta che sin dal suo esordio, “Coste & Fossati è un puro dolcetto che nasce dai vigneti di proprietà Coste e Fossati, in località Vergne, Comune di Barolo”, la dice chiaramente sullo stile, l’umanità e l’onestà di Aldo Vaira, il più “lucido” dei barolisti, e della sua dolcissima consorte Milena, questo Dolcetto d’Alba, che non ha mai avuto, né pensiamo riceverà mai i “tre bicchieri” (troppo serio Aldo, e tutto d’un pezzo, e rispettoso di se stesso, del proprio lavoro, della propria dignità, per piacere ai capataz di Bra…), forma davvero, con i vini di Quinto Chionetti, altro mai “tribicchierato” (Vergogna !!!!), il paradigma di quel che un grande e vero Dolcetto può essere. Senza camuffamenti, furbate, scorciatoie.
Un grande vino, splendido da giovane, come questo 2000, ma capace di reggere perfettamente un affinamento in bottiglia di diversi anni, come ha recentemente verificato l’amico e collega Andreas März, che a casa sua ha aperto e trovato in magnifica forma nientemeno che un 1990…
Da un vigneto posto a circa 450 metri di altezza, esposto a sud – sud-est, posto su terreni argillosi – sabbiosi, che godono di un microclima temperato e dove la produzione è stata drasticamente ridotta, a qualcosa come una bottiglia per pianta, i Vaira tirano fuori un Dolcetto di 14 gradi, assolutamente fragrante, melodioso, avvolgente per la sua dolcezza, dall’intensità, la tessitura, la personalità di un grande rosso, che vuole però rimanere tenacemente Dolcetto e non trasformarsi in chissà quale ibrido.
Colore rosso rubino intenso, con brillantezza e vivacità vinosa violacea nell’unghia, tira fuori subito un bouquet che sei non si é storditi del tutto non può che conquistarti e affascinarti d’imperio, un mannello fitto di aromi floreali, viola soprattutto, di note terrose di sottobosco, di terra bagnata, di grafite, mandorla, e delle nebbie invernali che avvolgono, come un mantello, la Langa.
Al gusto il Coste & Fossati offre tutto quello che vorresti da un Dolcetto super, anzi di più, una pienezza vellutata, un intenso calore, una costruzione saldissima, e poi sapidità, nerbo, incisività, sovrana eleganza, una struttura tannica pronunciata, polverosa, avvolgente, ma anche la piacevolezza e la fragranza dell’uva ben matura, l’immediatezza del vino grande, che sa essere complesso, pluridimensionale, ma non rinuncia mai, in nessun momento, a comunicare, a farsi capire, a parlare schiettamente e non in codice.
Sono proprio questi, egregi espertologi dei miei stivali, formato casalingo o da esportazione, i veri Dolcetto (d’Alba, di Dogliani, di Diano d’Alba), quelli che fanno e faranno sempre la grandezza di quest’autentico vino piemontese. Se voi non li sapete capire, se non avete le palle per portarli ad esempio, in palmo di mano, molto meglio che cambiate mestiere, incapaci di distinguere il grano dal loglio, l’autentico dal fasullo, storditi dalla vostra incompetente, pericolosa miopia.





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