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VINO DELLA SETTIMANA del 23/12/2004

Valtellina superiore riserva Sassella Rocce Rosse 1996

ARTURO PELIZZATI PEREGO
Via Buon Consiglio, 4 - 23100 - Sondrio (SO)


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Valtellina superiore riserva Sassella Rocce Rosse 1996

Vendemmia: 1996

Categoria:
Vino rosso Doc
Uve:
Nebbiolo (Chiavennasca)
Gradi: 12,5°
Prezzo: € 22 Euro

La Valtellina del vino non sarà purtroppo più quella di una volta. Nei giorni scorsi, come abbiamo già segnalato in sede di “ultimo minuto” è scomparso a Sondrio, a 62 anni, Arturo Pelizzatti Perego, proprietario dell’omonima azienda vinicola, (meglio conosciuta con la sigla Ar.Pe.Pe), di Montagna di Valtellina.
Personaggio straordinario, galantuomo d’antico stampo, “autentico vigneron, genuino interprete del Nebbiolo di montagna”, Pelizzatti Perego ha impersonato la migliore e più fedele identità dei vini valtellinesi e la resistenza ad un cambiamento, nello stile di vinificazione e di affinamento, che assume sempre più le sembianze, orribili, di uno stravolgimento, di un vero e proprio tradimento.

Ad Arturo io devo le più grandi emozioni mai provate di fronte ad un Nebbiolo di Valtellina, grazie a due incredibili Grumello, 1961 e 1957, degustati un paio di anni fa a Milano (leggi l'articolo) e la gratitudine per averci dimostrato, con tutti i vini che ha prodotto, con tenacia, pazienza e abnegazione, in anni di appartato lavoro, la grandezza, il carattere unico, la capacità di durare ed evolvere splendidamente nel tempo dei vini della sua amatissima Valtellina.

Un ricordo a due voci

Per ricordarlo e per celebrare il suo lungo lavoro di vignaiolo serio e appartato, (ma con gli amici dell’A.I.S. Lombardia stiamo pensando ad un’iniziativa in suo nome), ho pensato non ci potesse essere modo migliore che pubblicare il commosso articolo, che condivido in toto, dedicatogli dall’amico sommelier Natale Contini, apparso sul sito dell’A.I.S. di Sondrio (www.aissondrio.it) e di prossima uscita sulla rivista dell’A.I.S. Lombardia.
E accanto all’articolo di Natale, un mio “racconto” sull’annata più recente in commercio, 1996, del Sassella Rocce Rosse, un Valtellina superiore che se nel mondo del vino italiano avessero ancora corso legale valori come serietà, decenza, rispetto della verità, sarebbe stato portato ad esempio dalla stampa e dalle guide. Evitandoci spettacoli osceni come la scandalosa proclamazione a “vino rosso dell’anno”, secondo una nota guida, per merito della sintonia d’intenti tra il rappresentante locale di una celebre associazione con sede a Bra ed una grossa casa vinicola dai fatturati miliardari, di uno Sfursat che di stellare ha solo il nome e il cui legame con la Valtellina si limita alla sede della cantina di produzione…

Un deciso rifiuto delle mode e una fedeltà assoluta alla Tradizione
Arturo, con il suo modo schivo di fare, con il suo magistero distaccato, si è sempre opposto, rappresentando un elemento fortissimo di contraddizione, allo stravolgimento e alla deriva dei vini di Valtellina cui tutti assistiamo. Sul sito Internet di Ar.Pe.Pe si legge: “Rifiutando i modi di procedere imposti al vignaiolo dalle mode di oggi, credo sia importante seguire con scrupolosa dedizione i modi della tradizione, mirando a raggiungere quella qualità che in passato aveva reso così famoso il vino di Valtellina”.
I suoi vini, molto meglio di mille parole, proclami, manifesti, hanno testimoniato e testimoniano tuttora, quale dovesse continuare ad essere la strada per i vini di questa valle bellissima, la filosofia, la personalità ed il carattere unico, inimitabile, che li rendono, quando sono fatti al meglio, straordinari.

Vini speciali per chi li sa capire

C’è chi li ha capiti, e voglio citare l’amico e collega svizzero Andreas März, la collega statunitense Kerin O’Keefe, ma anche Paolo Massobrio, che ha inserito Il Rocce Rosse Riserva 1995 tra i Top Hundred, i cento migliori vini d'Italia da lui selezionati insieme a Marco Gatti e premiati nell’ambito dell’Expo dei Sapori a Milano. E c’è chi invece li ha considerati, obnubilato dalla barrique e dal concentratore, che anche in Valtellina stanno facendo danni pesantissimi, vini “passatisti”, espressione di una tradizione da dimenticare…
Arturo aveva le idee chiarissime e secondo lui, a differenza di chi oggi ritiene che lo Sfursat debba diventare, come è diventato l’Amarone in Valpolicella, il vino simbolo, la locomotiva della Valtellina, “Lo Sforzato non è l'espressione delle nostre Vigne, il suo gusto è quello di un passito rosso, non di un Valtellina. I nostri vini migliori sono Sassella, Grumello, Inferno”.
Parole non casuali da parte di chi, innamorato del Pinot noir e della Bourgogne, riteneva che l’eleganza, più che la potenza o la concentrazione, dovesse essere il segno distintivo dei vini di montagna della Valtellina.

Un’eleganza borgognona per veri intenditori

La conferma di questa evidenza gli appassionati dei vini veri la possono trovare oggi nei Sassella Vigna Regina e Stella Retica, nel Nebbiolo Ultimi raggi, nel Grumello “Rocca De Piro”, ma il suo vino simbolo, quello che, forse, ha sentito più “suo”, frutto, come sosteneva, “di una terra aspra, prodotto con la tenacia, la pazienza e l'abnegazione che il vero Valtellina richiede”, invecchiato e maturato in fusti e bottiglia per anni “prima di offrirsi nella sua pienezza per soddisfare le esigenze del Vero Intenditore" è sicuramente il Sassella riserva Rocce Rosse.

Quale vino meglio di questo può testimoniare che quanto affermava anni fa Andreas März, e cioè “l'opinione che i vini Sassella, Grumello, Inferno e Valgella vinificati con finezza da uve ottimali siano tra i migliori che l'Italia ha da offrire. Non in riferimento alla concentrazione, ovviamente, ma per eleganza, raffinatezza di frutto, complessità e longevità. Caratteristiche che nascono dall'azione congiunta del Nebbiolo e dell'incomparabile terroir di Valtellina”, è più che mai valido anche oggi ?
Date pure, invasati della concentrazione e del fetore di legno tostato, del vino antico o passatista, o museale, (voi che avete le ragnatele nel cervello), a questo Sassella riserva, da uve Chiavennasca (Nebbiolo) cui viene aggiunto un 5% di Brugnola e Pinot nero, ottenuto con una macerazione lunga e un lungo, paziente affinamento di anni in grandi botti di castagno (ebbene sì), seguito da un riposo di alcuni anni in bottiglia.

Sassella Rocce Rosse: vino per “enonostalgici”

A noi “enostalgici”, refrattari alle mode, questo ennesimo capolavoro di un “piccolo vitivinicoltore legato alla tradizione” animato dalla stessa passione con cui i suoi predecessori hanno prodotto per quattro generazioni, fin dal lontano 1860, un buon vino di Valtellina, questo Rocce Rosse regala le stesse emozioni che ci sanno dare solo un grande Barolo, di quelli veri (Giacomo Conterno, Bartolo e Giuseppe Mascarello, Cappellano, Beppe Rinaldi, Cavallotto, Aldo Conterno), oppure uno Gevrey-Chambertin, un Pommard, un Nuits-Saint-Georges.

Banale descrivere il nitore meraviglioso del color rubino granato con una leggera vena aranciata appena accennata, splendente, vivo, fluido e sbarazzino nel bicchiere, e quasi impossibile raccontare la “sinfonia” aromatica composta da profumi eterei, lampone, ribes, amaretto, sottobosco, prugna sotto spirito, liquirizia, anice stellato, noce moscata, chiodi di garofano, accenni cuoiosi, selvatici, di sottobosco, che formano un insieme elegantissimo, suadente, tenuto vivo e freschissimo dalla mineralità (grafite e granito) espressione fedele del terroir, non casualmente il vino si chiama Rocce rosse, dove è situato il vigneto.

Il Nebbiolo si svela: ed è assoluta poesia

Abbinato ad un piatto di selvaggina e cacciagione, ad una grande carne rossa, o, come ho fatto io, ad un Bitto 2003 e 2000 da inchinarsi, scelto da quel gran selezionatore che è Fabrizio Innocenti ad Ardendo, (vedi: www.cantineinnocenti.com), il Rocce Rosse 1996 mi ha regalato tutta la sua poesia, il suo velluto, con un attacco preciso in bocca, nitido e caldo, ma vivo, che si allarga ampio accarezzando letteralmente la cavità orale ed il palato, sciorinando la dolcezza succosa del lampone e del ribes, il sostegno preciso, mai rigido, ma solido e consistente, dei tannini del Nebbiolo, la sapidità, la freschezza, l’incisività, il perfetto equilibrio, il nerbo, la piacevolezza assoluta di un’uva che sulle terrazze scoscese di Valtellina e nelle cantine degli uomini di gusto, e di grande intelligenza, scopre interamente la propria natura, si concede pienamente e si svela, raccontando il proprio mistero, la sua leggenda.

La leggenda ed il magistero appartato di un uomo vero, di un grande vignaiolo, Arturo Pelizzatti Perego, che non dimenticheremo mai, perché persone come lui non "muoiono", scompaiono, certo, lasciando un vuoto immenso in tutti noi che abbiamo avuto la fortuna di conoscerle, ma rimangono nei vini che hanno prodotto e in quanto di bene hanno fatto o nell'esempio che hanno dato in questo mondo del vino che di persone serie, e di esempi veri, ha tremendamente bisogno…
Franco Ziliani

Natale Contini ricorda Arturo Pelizzatti Perego

E’ deceduto a Sondrio, dov’era nato 62 anni fa Arturo Pelizzatti Perego. Stroncato da una grave malattia che pure non gli aveva impedito di seguire fino all’ultimo la recente vendemmia che aveva concluso, ultimo in Valtellina, lo scorso 28 novembre, nei vigneti che gli erano più cari nel cuore della Sassella. Era il titolare della casa vinicola AR.PE.PE. con sede a Montagna Valtellina. L’acronimo non tragga in inganno, si tratta infatti di una scelta obbligata per dare continuità all’antica cantina Pelizzatti, fondata dal nonno Arturo, attività poi proseguita dal padre Guido fino al 1970, quando la Pelizzatti passò di mano per finire nelle “grinfie” della speculazione finanziaria che non pochi disastri provocò alla vitivinicoltura valtellinese.

Da allora passarono dieci anni prima che Arturo decidesse di proseguire con l’AR.PE.PE. la tradizione di famiglia. Ritornarono così sul mercato quei vini veri, non buoni vini ma vini buoni, figli dell’autentico Nebbiolo di montagna, la Chiavennasca, che Arturo seppe magistralmente interpretare: Sassella “Rocce Rosse” e “Vigna Regina”, Grumello “Rocca De Piro” e infine quell’”Ultimi Raggi” da vendemmia tardiva con l’uva spesso raccolta già coperta dalla prima neve, solo per ricordare alcuni dei suoi vini più importanti.

Un grande interprete della vitivinicoltura eroica

La sua personalità di autentico interprete della vitivinicoltura eroica la si ritrova tutta per intero nei suoi vini degni eredi delle più genuine tradizioni familiari. Ricordo ancora oggi con emozione una verticale all’Albergo della Posta di Sondrio di vecchie annate dei vini Pelizzatti, tra cui un incredibile 1961 e un grandioso 1970 e, ancor più, un Sassella 1942 (l’anno di nascita di Arturo) che ho avuto il privilegio di degustare qualche anno fa al termine di una memorabile degustazione al Ristorante Lanterna Verde del nostro delegato AIS Antonio Tonola.

I vini veri danno emozione, sono cultura autentica e Arturo fu a suo modo un grande uomo di cultura. Grande lavoratore, schivo e modesto, non ha mai cercato la ribalta e il protagonismo fini a se stessi. Con parole semplici ma efficaci, magari strappate con le pinze dall’interlocutore curioso di conoscere i segreti della “sua” enologia, spiegava come vinificava e conservava il prodotto della “sua” fatica. Concludendo sempre: “così facevano mio padre e mio nonno e così continuo a fare io”.

Un grande amico della sommellerie

Materia prima di grande qualità, frutto di una maniacale cura delle vigne di proprietà, accurate selezioni, lunghe macerazioni, quattro, anche cinque anni di maturazione in grandi botti di rovere, lunghissimo affinamento in bottiglia, questi i suoi “segreti”. Incredibili i risultati con vini destinati a durare decenni come tutti i grandi vini di territorio, prodotti senza furbizie e mettendo al bando le facili scorciatoie. Magari poco osannati e, peggio ancora, ignorati da alcune Guide che vanno per la maggiore. Non dalla nostra Duemilavini, che ha sempre apprezzato i vini di AR.PE.PE.

Non sono vini “facili”, vini cosidetti ruffiani, quelli che ha prodotto Arturo, non strumentali alle Guide, ma pensati per il consumatore che li vuole “bere” fino in fondo invece di dimenticare sul tavolo la bottiglia o il bicchiere ancora mezzi pieni come spesso capita invece coi vini “costruiti”, muscolosi e palestrati, ideati in funzione dei riconoscimenti guidaioli.
Arturo è stato per me non solo un concittadino, quasi coetaneo, ma soprattutto un amico, che leggeva sempre volentieri le riviste dell’AIS e apprezzava il ruolo dei sommelier comunicatori del vino. E’ giusto ricordarlo su queste pagine in quanto in vita avrebbe meritato di più di quanto ha ricevuto a livello di riconoscimenti ufficiali. Ed è giusto farlo parlando dei suoi inimitabili, grandi vini, che dureranno a lungo nel tempo, più di quanto purtroppo non sia riuscito a fare lui, cui rendiamo laicamente l’estremo saluto, alzando in alto un bicchiere del suo Sassella Rocce Rosse 1984, il primo dopo un decennio di forzato oblio.

Natale Contini
natalecontini@libero.it





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