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VINO DELLA SETTIMANA del 15/09/2000

Trentino rosso Maso Lodron 1996 Letrari

Az. Agr. Letrari
Palazzo Lodron - 38060 - Nogaredo (TN)

di Franco Ziliani


Trentino rosso Maso Lodron 1996 Letrari

Vendemmia:

Categoria:

Uve:
uve Cabernet Sauvignon – Cabernet franc
Gradi: 12.5°
Prezzo: € Lire 13.000

Il grande mercato mondiale, che vede il trionfale successo di Chardonnay, Sauvignon, Cabernet Sauvignon, Merlot, Syrah in purezza, in gran parte espressione delle viticolture dei Paesi emergenti del Nuovo Mondo, sembrerebbe indicare la definitiva affermazione dei vini varietali, dei vins de cépage come dicono i francesi. Per molti consumatori alle prime armi o non particolarmente esperti, per il Mr. Smith di Los Angeles, un vino che porta in etichetta Chardonnay o Pinot noir sicuramente comunica molto di più ed è più facilmente interpretabile di un vino chiamato Chablis, Puligny-Montrachet o Nuits-Saint Georges.

Tuttavia, pur con il massimo rispetto per i vini di monovitigno e con la più grande comprensione per le ragioni, commerciali e d’immagine, che inducono California, Australia, Cile, Nuova Zelanda, ecc. a privilegiare questa forma di presentazione, molto immediata, dei loro vini, noi continuiamo a preferire e ritenere più qualificanti i vini e le zone che per farsi apprezzare non ricorrono alla dichiarazione esplicita in etichetta del vitigno utilizzato.

Questione di civiltà, di storia produttiva, di tradizioni e se la Francia, che a nostro avviso continua a rappresentare il punto di riferimento per tutto quanto fa rima con vino, è riuscita ad imporre un sistema basato sulle denominazioni territoriali che con le rare eccezioni dell’Alsazia e di una parte del Sud della Francia (Languedoc e Roussillon), non dichiara mai il nome del cépage e lo considera un elemento secondario rispetto al territorio, e se il Barolo è diventato Barolo senza precisare che nasce da uve Nebbiolo di tre sottovarietà, non capiamo proprio perché anche in Italia debba estendersi a vista d’occhio, così come sta accadendo, il malvezzo di porre in secondo piano la denominazione rispetto al vitigno che costituisce la base del vino.

Difatti, per quanto buoni possano essere, ed in alcuni casi sono eccezionali, in Europa come oltre Oceano, i vini di vitigno, se si ricorre alla calibrata e meticolosa pratica dell’assemblaggio, molto spesso si riescono a raggiungere profondità, sfumature, complessità, un equilibrio, un dosaggio dei diversi elementi presenti in un vino, che ricorrendo ad un’unica varietà si possono solo sfiorare.

Basta pensare ai grandi Châteaux bordolesi, ai mitici Margaux, Mouton Rotschild, Lafite, Pichon Longueville Comtesse de Lalande, ecc. e verificare le composizioni dei vigneti dichiarate dagli stessi produttori, dove i due Cabernet sono sempre in compagnia anche di quote di Merlot e di Petit verdot, o di Malbec, (con l’unica eccezione di Petrus, dove la percentuale di Merlot sale sino al 95%…), per vedere come il monocépage sia regolarmente sconfitto, senza appelli, dalla pratica dell’assemblage.

Al più grande Cabernet Sauvignon o Merlot in purezza di questa terra personalmente continuiamo a preferire, perché meno monodimensionale, più variegato, divertente, intrigante, perché dotato di un bilanciamento superiore, di una gamma più ricca di colori e di aromi, il magnifico taglio bordolese. E se al Cabernet Sauvignon viene ad aggiungersi anche un pizzico di Cabernet franc, a bilanciare il grasso, la morbidezza polputa, la rotondità fruttata del Merlot ben maturo, a dare vigore e un pizzico di ruvidezza, personalmente lo consideriamo un invito a nozze, una magnifica opportunità.

Per questo motivo, ora che l’estate va finendo e l’autunno incipiente fa venire ancora più voglia di grandi vini rossi, vogliamo segnalare un vino proveniente da una zona che se pure è basata su una Doc che al nome di regione abbina sempre il nome di vitigno (quando festeggeremo la nascita di alcune sottozone ?), riesce comunque a far emergere, proponendoli come Trentino rosso, alcuni tra i migliori uvaggi bordolesi classici (Maurizio Zanella a parte) oggi disponibili in Italia.

Il suo artefice, Leonello Letrari, ben cinquantuno vendemmie, con questa in corso, all’attivo, non lo considera, lui, autentico padre dell’uvaggio bordolese trentino, ideatore tanti anni fa, del Foianeghe, il suo vino più importante, e giudica più impegnativi e complessi i seppure ottimi Cabernet riserva ( il Sauvignon ed il Franc, entrambi in purezza), e l’ultimo nato Ballistarius, vino intrigante come pochi, dove accanto ai Cabernet e al Merlot una piccola quota di Lagrein della zona di Borghetto all’Adige conferisce notevole personalità.

Anche se non raggiunge l’aristocratica eleganza bordolese del mitico San Leonardo del marchese Guerrieri Gonzaga, noi amiamo moltissimo questo Maso Lodron di Letrari, nome del vigneto di un ettaro scarso posto accanto alla storica winery, ospitata in un palazzo di mozartiana memoria, a Nogaredo, da cui a mesi l’azienda si sposterà, con qualche malinconia, per trovare spazio in una nuova cantina quasi ultimata a Rovereto.

Amiamo questo vino, dal colore rubino intenso, grasso e viscoso, per il suo carattere franco, asciutto e vigoroso, per i profumi tipicamente varietali, erbacei, naturalmente, che ben si combinano con note di funghi secchi, muschio, rabarbaro, sottobosco bagnato, e per la piacevolezza con cui si beve, nonostante si tratti di un vino dalla struttura tannica sostenuta ma non pungente né aggressiva, dal temperamento maschio, dalla lunga persistenza terrosa e ruvida quanto basta, dal frutto succoso ma che non vuole mai compiacere in maniera ruffiana e resta vibrante e saldo.

Un gran bel vino, insomma, dotato di un esemplare rapporto prezzo-qualità (e purtroppo disponibile in meno di 6000 bottiglie), che non ci stancheremmo mai di bere, senza problemi, abbinato a succulente grigliate, arrosti di pollame o di maiale, spiedini, costolette, in una celebrazione un po’ trimalcionesca del piacere della carne, signori vegetariani permettendo…





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