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VINO DELLA SETTIMANA del 09/02/2001

Collio Sauvignon De la Tour 1999 Villa Russiz

Az. Agr. Istituto A.Cerruti - Villa Russiz
VIA RUSSIZ INFERIORE, 5 - 34070 - CAPRIVA DEL FRIULI (GO)

di Franco Ziliani


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Collio Sauvignon De la Tour 1999 Villa Russiz

Vendemmia: 1999

Categoria:
Vino bianco Doc
Uve:
Uve Sauvignon
Gradi: 15°
Prezzo: € lire 35-40 mila

Nella vasta gamma dei vini bianchi varietali italiani è innegabile che è il Sauvignon, ben più del Pinot grigio (molto forte in chiave di export) e dell’aristocratico Pinot bianco, l’unica varietà ad insidiare il primato dello Chardonnay. Con la sua aromaticità spiccata, la sua immediata riconoscibilità, la sapidità che costituisce una delle note distintive dei migliori esempi del genere, il Sauvignon finisce inevitabilmente per piacere al colto e all’inclita.

Se per i più acculturati il nome Sauvignon richiama immediatamente alla mente il nome di due grandi AOC francesi, Sancerre e Pouilly-fumé, con in primo piano il mitico Chateau du Nozet, universalmente noto come Baron de L, proposto dal baron de Ladoucette, e gli amanti delle sensazioni stile Nuovo Mondo non possono che pensare con l’acquolina in bocca al Sauvignon blanc capolavoro di Cloudy Bay (importato in Italia, in piccoli quantitativi, da D & C.), per moltissimi appassionati di vino il nome Sauvignon finisce automaticamente per fare rima con Friuli e con le varie denominazioni, Collio, Colli orientali, Isonzo ed in misura minore Aquileia e Grave, che fanno la nobilitate di questa splendida e antica regione vinicola di casa nostra.

Da una decina d’anni l’Alto Adige cerca di proporsi come l’alternativa allo strapotere furlan, con il Sanct Valentin firmato Hans Terzer della Cantina di San Michele Appiano, il Voglar di Peter Dipoli, il Lafoa della Produttori Colterenzio, l’Hausmannhof di Haderburg e l’Optimum della Cantina produttori di Cornaiano, imitato dal Trentino, con i vini di Letrari, Pojer & Sandri, Longariva (cru Cascari), dell’Istituto di San Michele, ma pensando alla messe di ottimi Sauvignon che il Friuli riesce a schierare è davvero difficile e impensabile pensare di mettere in dubbio il suo primato.

Le ultime due annate, 1998 e soprattutto l’indimenticabile 1999, hanno messo in evidenza un così elevato numero di Sauvignon outstanding, il rivelatorio Colli Orientali di Rosa Bosco, l’Isonzo Kolaus e l’Altis di Pierpaolo Pecorari, il Vieris di Vie di Romans, il magnifico COF 1999 di Ronco del Gnemiz, il 99 di Russiz Superiore, il Ronco delle Mele di Venica, che riesce davvero molto difficile proclamare con sicurezza quale sia il numero uno.

Uno dei vini maggiormente "indiziato" di poter assumere senza problemi questo impegnativo ruolo di portabandiera, è sicuramente il magnifico, impeccabile, potente ed elegante Sauvignon de la Tour, soprattutto nella versione 1999, di Villa Russiz.

E’ molto difficile, dinanzi alla messe di elogi sperticati spesi per questo vino da guide italiche e wine writer esteri (Sole e 91/100 per la guida di Veronelli, tre bicchieri per Vini d’Italia, cinque grappoli di Duemilavini, 89/100 del sempre tiratissimo, sugli italici bianchi, Robert Parker), discostarsi dal coro degli osanna e cercare di aggiungere qualcosa di nuovo e di personale alla meritatissima celebrazione di questo vino monstre.

Se nel caso di molti Sauvignon, anche titolati, è lecito chiamare in causa il titolo di un celebre filmetto anni Ottanta ambientato nel mondo delle top model, ovvero "sotto il vestito niente", e parlare dello sgradevole sorpresa, una sorta di coitus interruptus vinoso, provocata dal verificare come dopo profumi serrati ed esplosivi, pirotecnici effetti speciali a base di peperone verde, pipì di gatto e altre note varietali, passando all’aspetto gustativo i vini calino clamorosamente e non abbiano più molto da dire, arrivando al Sauvignon de la Tour di questa azienda di trenta ettari nel cuore del Collio goriziano, la musica cambia completamente.

Con la sinuosa e panterosa eleganza di una Naomi Campbell, lo stacco di gambe infinito di una Adriana Sklenarikova, lo sguardo dolcissimo di una Martina Colombari, ed il fisico esuberante e pieno di vita di una Sabrina Ferilli, (ma stiamo ancora parlando di vino oppure siamo passati a celebrare quel meraviglioso mistero chiamato donna ?) mette praticamente k.o quasi ogni avversario, mette d’accordo tutti, non mostra, nemmeno ad essere pignoli, tignosi e incontentabili, l’ombra di un difetto.

Gianni Menotti, il bravissimo enologo e agronomo di questa tenuta fondata nel 1869 da un conte francese, Théodore de la Tour, e dalla moglie austriaca Elvine Ritter, anche se abile nello sciorinare un grande Merlot, il Graf de la Tour, e poi Chardonnay, Pinot bianco e Pinot grigio impeccabili, è proprio in questo vino dal nerbo viperino e dall’espressività travolgente che offre il suo meglio, ricavando dalle uve provenienti da vigneti allevati a cappuccina e guyot con 5000 piante per ettaro, posti su un terreno marnoso esposto a sud un Sauvignon paradigmatico e di riferimento. Un vino, straordinario con i piatti a base di pesce, soprattutto in preparazioni elaborate e salsate, ma altrettanto magnifico su un prosciutto crudo, di San Daniele, ovviamente, di quelli giusti, magari quello leggermente affumicato che D’Osvaldo centellina a Cormons, su tortini caldi di verdure, soufflé, vellutate oppure una crema o zuppa di funghi.

Colore paglierino dorato intenso, luminoso, splendente, dai riflessi vividi verdognoli, è il perfetto esempio di come un Sauvignon possa mantenere quello che promette, mostrarsi coerente, conseguente, equilibrato al naso e poi in bocca.

I profumi, ovviamente, sono quelli varietali, ben pronunciati e caldi, ma senza volgarità e inutile aggressività, di un Sauvignon che si rispetti, ovvero il sambuco, le foglie di pomodoro e di fico, la salvia, l’accenno di peperone verde, e poi fiori d’acacia, un delicato sentore di pesca bianca, venature minerali, a formare un bouquet fitto, freschissimo, di superiore eleganza.

Il vino sembrerebbe aver giocato gran parte delle proprie carte, ma sin dal primo sorso ci si accorge che c’è ancora birra, pardon, del gran vino, ancora da spendere, con una tessitura intensa e serrata, una grassezza d’espressione, una polpa fruttata perfettamente matura, ricca, potente (il vino dichiara ben 15 gradi in etichetta !…) che sembra non esaurirsi mai ma dopo essersi quietata un momento, grazie ad un’acidità perfettamente calibrata che sembra chiudere in chiave di freschezza e di una nota di mandorla amara, riparte, con rinnovata energia, avvolgendo la bocca e invogliando al bere, a scoprire ennesime sfumature e perle di un carattere imperioso, di una personalità travolgente.

Con una simile struttura, tali estratti, ed un’acidità del 6,1 per cento, un vino dal lunghissimo, inusitato (essendo interamente affinato in acciaio e non in legno) potenziale d’evoluzione. Sempre che si abbia la forza di resistere alla tentazione di stappare sino all’ultima bottiglia disponibile, questo capolavoro dell’enologia non solo friulana ma dell’Italia tutta.





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