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VINO DELLA SETTIMANA del 25/01/2002

Rosso di Toscana Igt Terre de’ Cascinieri 1998 Fattoria Wandanna

AZ. AGR. WANDANNA
Via Don Minzoni 38 - 55015 - Località San Salvatore - Montecarlo (LU)


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Rosso di Toscana Igt Terre de’ Cascinieri 1998 Fattoria Wandanna

Vendemmia: 1998

Categoria:

Uve:
Uve Sangiovese, canaiolo, ciliegiolo, cabernet, sy
Gradi: 13°
Prezzo: € 11,36 €uro

Sì, lo so bene che quando si dice Toscana nove volte su dieci gli appassionati di vino pensano con l’acquolina in bocca (ed il portafoglio pronto ad essere vigorosamente alleggerito) a Montalcino, a quella sorta di California italiana chiamata Bolgheri, al Chianti Classico e ai vari Super Tuscan generati dall’irrefrenabile fantasia, e spesso dalla voglia di stupire, di vignaioli ed enologi. Ed in subordine Montepulciano con il suo Vino Nobile e San Gimignano con la Vernaccia ancora in cerca di veri estimatori...
Pur con tutto il rispetto per queste celeberrime denominazioni, che tendono a catalizzare l’attenzione del consumatore medio e dell’esperto, credo però che la terra di Dante e di Cecco Angiolieri possa contare su altre aree che, sebbene meno mediaticamente celebrate, hanno grandi potenzialità, un futuro sicuro davanti a sé e talora una storia che meriterebbe molta più considerazione.
Penso ad esempio a Carmignano, con il suo uvaggio dove il Cabernet Sauvignon era contemplato ben prima del riconoscimento della Docg, a Scansano con il suo Morellino, a Montecucco e Monteregio di Massa Marittima, dove diverse grandi aziende stanno investendo, a Suvereto e alla Val di Cornia, al Pisano, dove il lavoro eccellente di cantine come la Tenuta di Ghizzano e San Gervasio testimonia della vocazione di questi terroir. Last but not least, inspiegabilmente sottovalutate, nonostante la vicinanza ad una zona dall’intenso flusso turistico come la Versilia di Forte dei Marmi e di Viareggio, ci sono poi le aree delle Colline Lucchesi e di Montecarlo, assurdamente titolari ognuna di una propria Doc e di un proprio Consorzio di tutela.
Non sarà la Toscana glamour e modaiola delle cronache mondane, il Chiantishire caro a Tony Blair, Sting e Sarah Ferguson, l’impero di Montalcino, dove in molti casi riesce incredibilmente il miracolo della trasmutazione del vino (e spesso di vini tutt’altro che trascinanti) in oro, ma diamine, l’entroterra collinare di una città splendida e discreta come Lucca ha un fascino davvero non indifferente, da un punto di vista paesaggistico e architettonico, per un turismo intelligente e fuori dalle normali direttrici, e in campo strettamente vinicolo, oltre ai risultati, non indifferenti, già conseguiti, fa intravedere importanti margini di crescita e di miglioramento.
L’area più interessante, se dobbiamo giudicare dal numero delle aziende operanti, dalla storia, dalla vivacità, è senza dubbio quella della Doc Montecarlo, che comprende i territori di Montecarlo, Altopascio, Capannori e Porcari, e presenta la particolarità di una consolidata presenza, da oltre un secolo, accanto a vitigni a bacca rossa toscani come Sangiovese, Canaiolo, Malvasia nera, Ciliegiolo e Colorino e a bacca bianca quale il Trebbiano, di una serie di varietà pregiate quale Sémillon, Pinot (bianco e grigio), Vementino, Viognier, Roussanne in bianco, e Cabernet (Sauvignon e Franc), Merlot, Syrah, Pinot nero in rosso.
Da questa grande varietà ampelografica e ampia possibilità di combinazioni e dosaggi tra i diversi vitigni, nascono vini di grande originalità e appeal, che presentano un accento, uno stile, un corredo aromatico e gustativo del tutto particolare, che gli amanti veri, non quelli che la predicano e poi finiscono col premiare vini tutti uguali tra loro…, della cosiddetta “biodiversità”, della non omologazione, colturale e culturale, se potessero conoscerli meglio non mancherebbero di apprezzare.
A Montecarlo, tra i produttori non mancano personaggi a tutto tondo, originali, un po’ bizzarri, capaci di dedicare un vino alla…”topa nera” o a Duke Ellington o di cercare di ispirarsi, qui tra queste splendide colline dove la vita è dolce ed il clima temperato induce a ritmi meno forsennati, nientemeno che al mito di Yquem per un vino dolce botritizzato.
Il più genuino, il più tenacemente fedele ai propri ideali, perché, come diceva qualcuno, “chi rinnega è un rinnegato”, è sicuramente quel simpaticone di un Ivaldo Fantozzi, pizzetto mefistofelico e corpulenza da gourmet, il quale con tenacia e convinzione nei propri mezzi, ed un pizzico di follia che non guasta mai e che dà sapore alla vita, si è deciso di far diventare l’azienda agricola Wandanna, (in passato proprietà del cantante melodico Luciano Tajoli), una delle aziende di riferimento non solo dell’area di Montecarlo, ma, perché no?, di quella Toscana che non si è arresa ad essere considerata minore e marginale rispetto alle Doc e Docg di riferimento.
Il buon Fantozzi, che a dispetto del cognome non ha nulla in comune con il personaggio reso celebre da Paolo Villaggio, ma è sanguigno, energico, amante delle provocazioni, talvolta tende un po’ ad esagerare, e non contentandosi delle moltissime varietà già presenti, come consente il disciplinare, in vigna, si diverte, coadiuvato dall’enologo Stefano Chioccioli, che evidentemente non riesce a contenerne il vitalismo, a sperimentare davvero di tutto, dal Tannat ad altre varietà italiche ed estere. Forse, Ivaldo me lo consenta, una riduzione del numero, davvero considerevole, dei vini attualmente prodotti non sarebbe male e gli consentirebbe di concentrare meglio le energie, che rischiano di essere disperse, e di consentire un più funzionale meccanismo d’identificazione tra vini e azienda.
Ciò detto, consapevoli che chiedergli questo è un po’ utopico, teniamoci ben stretti personaggi veri e tutti d’un pezzo come il Fantozzi (che al solo sentire nominare parole come marketing, pubbliche relazioni, comunicazione ed immagine vorrebbe afferrare il randello tanto gli suonano fasulle all’orecchio…), tanto più che la qualità dei vini prodotti, nonostante questa creatività vagamente futurista, è notevole. Molto buoni i due Montecarlo base, bianco e rosso, nervosa, piacevolissima, ideale come aperitivo la Roussanne, immediato, diretto, senza tanti fronzoli, lo Charmat lungo chiamato Mussò, ambizioso e da tenere d’occhio lo Chardonnay Labirinto, ma sono i rossi (ironia della sorte Ivaldo…) a fare la nobilitate di questo vulcanico produttore. Quelli futuribili, tipo il Syrah ed il Pinot nero, che assaggiati in purezza la scorsa estate, mentre si affinavano ancora in legno, mi hanno stupito per tipicità varietale, intensità aromatica, ricchezza di sapore, personalità, e quelli fortunatamente già reali come il Virente (nome vagamente dannunziano), un Rosso Toscana uvaggio di Cabernet, Merlot e Syrah, assolutamente vigoroso e raffinato, dotato di un bel potenziale d’evoluzione, e soprattutto il Rosso Toscana Terre de’ Cascinieri, dove su una salda matrice toscana data da Sangiovese, Canaiolo, Ciliegiolo, crediamo percentualmente preponderanti (ma con Fantozzi ‘un s’è mai sicuri del tutto…) s’impiantano, a conferire carattere, sfumature aromatiche, sapore, Cabernet e Syrah.
Il Terre de’ Cascinieri nella sua edizione 1998 a me è piaciuto moltissimo e senza riserve, per il suo stile davvero vigoroso, virile, ruvido quanto basta, per il carattere saldo che lo fa vino da appassionati veri e non da mammolette in cerca di plasticità morbidose ed eno-siliconate, date da furbesche iniezioni di Merlot e dalla mano dei concentratori.
Colore rubino violaceo, intenso, profondo, senza smagliature, colpisce d’imperio, alla prima “snasata” nel bicchiere, per l’intensità terroso – selvatica – minerale degli aromi, dove oltre alla marasca matura, alla mora di rovo, si colgono dense, ben pronunciate sfumature di pepe nero, grafite, tabacco, sottobosco bagnato, spezie, in una cornice floreale di bella freschezza e pulizia, che evoca le liliacee e la viola. La bocca conferma in pieno l’intensità ed il vigore delle sensazioni olfattive, con una polposa estrazione fruttata, dolce senza eccessi, ben matura ma viva, una struttura tannica ben sostenuta e nervosa, un gusto carnoso e una terrosità polverosa che regalano al vino una lunghissima persistenza e un modo avvolgente e pieno di disporsi sul palato. Un vino stile “mangia e bevi”, dagli estratti importanti e dalla concentrazione naturale, un vino vero, con tutti gli attributi. E in mondo del vino, sempre più popolato da femminielli e travestiti enologici, da teorici del mascheramento, non è davvero poca cosa...

Franco Ziliani
Fziliani@winereport.com





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